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Le teologhe italiane e il ddl Zan. Una scelta di campo. Con un distinguo

Le teologhe italiane e il ddl Zan. Una scelta di campo. Con un distinguo

[Daniele Rocchetti, delegato regionale alla vita cristiana]

Ci sono dei momenti in cui è necessario prendere una posizione, anche se in un campo di battaglia disegnato in modo un po’ maldestro, come quello attivato attorno al DdL Zan: da una parte la giusta e sacrosanta istanza di eliminare ogni forma di discriminazione e di violenza omotransfobiche, dall’altro la reazione di chi teme decostruzioni e disordini simbolici.”

Così inizia la lettera aperta firmata dal Consiglio di Presidenza del Coordinamento Teologhe Italiane. Un testo che farà discutere perché pur riconoscendo la complessità delle questioni in gioco – che richiederebbe ulteriori precisazioni filosofiche e teologiche – non esita a fare una scelta di campo.

“Vi sembra il caso di mettere i puntini sulle i, quando ci sono di mezzo storie insultate, disprezzate e violentate? Viene in mente allora l’immagine usata da Popper per certi modi di fare filosofia, quando continuamente ci si preoccupa di strofinare gli occhiali per renderli lindi e trasparenti, senza mai inforcarli per vedere che cosa accade intorno a noi.” 

Le teologhe: inaccettabili cattiverie, chiusure e insulti

Secondo le teologhe è scaduto il tempo per gli indugi perché sono assolutamente insopportabili e inaccettabili le cattiverie, le chiusure, gli insulti che feriscono le sorelle e i fratelli omosessuali o che affrontano difficili e delicati percorsi psicologici e sanitari per sintonizzarsi con sé stessi e con la loro esperienza intima.
È ora di scegliere da che parte stare. Non dalla parte di chi giudica senza capire, non dalla parte di chi vuole controllare la grazia di Dio, non dalla parte di chi teme che le differenze possano corrompere il bene, non dalla parte di una cultura che misura l’amore senza mai riferirsi alla disponibilità di dare la vita per coloro a cui vogliamo bene.” Dunque, scrivono nella lettera aperta le teologhe, piena solidarietà con le sorelle e i fratelli omosessuali e transessuali. Una solidarietà che non impedisce di cogliere i limiti alla proposta di legge, in particolare al linguaggio.

Un linguaggio problematico, che tende a separare


“E’ un linguaggio problematico per come usa le categorie di sesso e di genere e per l’antropologia sottesa al testo, che tende a separare, anziché a distinguere, il piano dell’esperienza corporea sessuata da quella più propriamente interpretativa. È come se non si riuscisse a cogliere che l’esperienza corporea è già fin dall’inizio psichica e che l’esperienza interpretativa, personale e sociale insieme, è fin dall’inizio in qualche modo radicata nei corpi. Dovremmo sapere – le donne solitamente lo sanno – che la differenza sessuale è il segno della finitezza di ogni vita che viene al mondo, e che questa differenza è al contempo biologica, psichica, simbolica e sociale e che con tutti questi tratti essa si fa storia. Invece ancora non lo abbiamo capito. È dunque questo lavoro ermeneutico a essere urgente e dovremmo iniziare a farlo nelle scuole, nelle nostre catechesi, nelle nostre famiglie.”

Perché – sostengono – l’omotransfobia si evita così, con un’educazione alle differenze. Però, nel frattempo, mentre questa cultura delle differenze è affaticata o impedita da mille ostacoli, “non c’è dubbio che ogni resistenza frontale a questa proposta di legge a firma Zan si riveli da sé come una forma di inospitalità verso le vite. Per questo, essa non può che risuonare antievangelica.”

 

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