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Luigino Bruni, un economista che legge la Bibbia. Dialogo sul libro dei Salmi

Luigino Bruni, un economista che legge la Bibbia. Dialogo sul libro dei Salmi

[Daniele Rocchetti, delegato regionale alla vita cristiana]

Ci sono molte ragioni per leggere ogni giorno Avvenire. Certo per la cura e l’attenzione con cui segue e guarda le vicende del Sud del mondo (a parte, forse, “il Manifesto”, non c’è altro quotidiano italiano capace di mettere al centro terre e popoli dimenticati), certo per le pagine culturali, impostate anni fa con grande intelligenza da Roberto Righetto, certo anche  – soprattutto dopo l’elezione di papa Francesco – per gli aggiornamenti sulle vicende ecclesiali. A queste ragioni, io aggiungo pure – da diversi anni – gli editoriali e la pagina domenicale affidati a Luigino Bruni: un’economista sapiente, docente alla Lumsa di Roma, autore di testi di grande valore scientifico, promotore e cofondatore insieme a Stefano Zamagni della Scuola di Economia Civile, incentrata su paradigmi quali reciprocità, bene comune e attenzione alla persona. Luigino Bruni è uno studioso che ha avuto il coraggio di confrontarsi a tutto campo – con rigore e, insieme, con libertà – con i testi biblici.  Testi sorti dentro la grande sapienza ebraica e consegnati a tutti perché capaci di offrire una direzione all’uomo di sempre e dunque anche all’uomo di oggi. Un “grande codice” – incredibilmente ignoto alla maggioranza dei contemporanei – che, nel corso dei secoli, ha fornito un linguaggio di parole, di gesti, di immagini con i quali affrontare i temi dell’esistenza umana, nessuno escluso, offrendo chiavi interpretative non solo per “leggerli” ma soprattutto per una vita umana – che è anche vita politica, economica, culturale – ricca di senso. In questi anni, Luigino Bruni ha scritto del libro della Genesi e di Esodo, di Ezechiele e Isaia, di Qoelet e di Giobbe. Ogni volta rimango colpito dalla sua capacità di “sfidare” il testo confermandomi nella convinzione che la Bibbia ha ricevuto questa accoglienza  così universale – che si è estesa anche ben al di là dell’ambito occidentale e mediterraneo in cui è nata e si è diffusa originariamente – proprio perché narra di valori e realtà profondamente umane. Lo fa servendosi di una lingua e una cultura particolari, certo, ma giungendo attraverso di esse al cuore dell’esistenza umana in quanto tale. È evidente anche in questo ultimo libro pubblicato con la piccola ma prestigiosa Qiqajon, la casa editrice della comunità monastica di Bose: L’anima e la cetra. Ciò che i Salmi dicono di noi. (pp.229, euro 22). Proprio su questa ultima fatica, ho dialogato a lungo con Luigino Bruni.

Da tempo tu stai commentando una serie di libri biblici. Perché da economista ti sei messo a farlo?


In realtà è una risposta difficile. Mi sono ritrovato dentro la Bibbia quasi senza averlo scelto. Forse perché, come dice Elias Canetti, ‘anche se non la leggi, sei nella Bibbia’. O forse perché semplicemente nella vita esistono le sorprese. E l’incontro con la Bibbia è stato, e continua ad essere, una grande sorpresa (ora sto lavorando su un commento a Rut e al mio primo commento al Nuovo Testamento, il vangelo di  Marco). Poi perché l’economia è vita e la Bibbia parla di vita, e quindi di molta economia. Anche se io non commento solo l’economia biblica, commento quello che trovo, pure gli angeli e i demoni. Quindi più che di economia biblica mi piace parlare di un economista che legge la Bibbia. Le mie domande sono diverse da quelle di un teologo o di un biblista, perché mi interessano cose diverse. Non credo che finora nessuno si fosse interessato a quando per la prima volta nella Bibbia si parla di profitto, salario, prezzo, contratto… Io ho fatto questo, e anche altro.

Aiutami a specificare ulteriormente: in che modo la Bibbia ha a che fare con l’economia?


Nella Bibbia c’è molta economia, e nell’economia c’è molta Bibbia (soprattutto negli economisti del passato, nello ’spirito’ del capitalismo (Weber) e nei tanti imprenditori che si sono ispirati alle scritture per il loro valore e per la loro vocazione. Poi l’economia ha a che fare con la condizione materiale della vita, come la Bibbia, che parla un pò di Dio ma tantissimo di uomini e donne, e quindi di lavoro, di pane, di fame, di produzione, di monete, di contratti. Ma questi temi escono solo se li guardiamo, se li chiamiamo, se li facciamo risorgere. Ogni autore che legge la Bibbia con nuove domande somiglia a Gesù che dice a Lazzaro: “vieni fuori”.

Cosa ti ha insegnato “frequentare” assiduamente la Bibbia? Come ti ha aiutato a “decostruire” la tua precedente immagine di Dio?

Sono in parte un autodidatta, in parte sono stato aiutato da un mio amico biblista, Gérard Rossè, e da Mons. Ravasi, prima che diventasse cardinale e prefetto, quando lavorava e Milano e io frequentavo le sue lezioni al San Fedele. Poi mi ha molto influenzato il programma di Radio3 Uomini e Profeti, quando Gabriella Caramore invitava poeti, filosofi, scienziati, scrittori a commentare la Bibbia. E un giorno mi sono detto: perché non un economista? E, grazie a Marco Tarquinio direttore di Avvenire che mi ha dato una grande e rischiosa fiducia, ho iniziato nel 2013, chiedendogli alcuni anni di fiducia, perché volevo attraversare qualche libro intero. E ora, dopo otto anni, sono arrivato a undici libri dell’Antico Testamento. Ogni lettura biblica, se è fatta veramente (e non si fa la doccia con l’impermeabile) e quindi ci si lascia leggere da Essa, ci ridona un’altra immagine di Dio. O meglio: ci elimina l’immagine di Dio che avevamo iniziando la lettura, ci fa vivere il dispositivo che custodisce: ’non ti farai di Dio alcuna immagine’. Le immagini di Dio si chiamano ideologie, che quando diventano ideologie teologiche sono molto pericolose, perché impediscono a Dio di diventare diverso dall’idea che ce ne siamo fatti. Grazie a Dio, la Bibbia ha distrutto la mia idea-ideologia di Dio, creando un vuoto dove è iniziato un nuovo cammino di fede e di umanità.


Come mai, nella scelta dei libri biblici, sei arrivato al libro dei Salmi?

Era il marzo 2019, e stavo lavorando sulla fondazione sacrale del capitalismo. Esplode la pandemia, un immenso dolore, una immensa paura collettiva. E lì ho sentito di dover lasciare l’economia e prendere in mano i Salmi, per accompagnare i dolori e le paura della mia gente. È nato come carità intellettuale, come atto d’amore civile. Speravo che qualche pagina potesse arrivare nelle corsie di terapia intensiva, nelle case dei parenti, e portare qualche parola diversa. Perché i Salmi sono anche, e forse soprattutto, il grido dell’uomo di fronte al dolore, un grido rivolto ad un cielo che si crede abitato. E volevo che le nostre grida fossero accompagnate, almeno un poco, almeno un pò di più. E ho iniziato.

Personalmente credo che si inganna chi pensa di trovare nei Salmi delle pie invocazioni, ingenui testi edificanti, buoni sentimenti. A me paiono invece, al contrario, parole molto umane, nate dal sangue e dalla carne di un popolo che nella poesia che si fa preghiera, affronta Dio con tutte le sue passioni, le sue miserie, i suoi desideri. E’ stato così anche per te?

Il salterio, come tutta la Bibbia, è una commedia umana e divina. È un grande esercizio di empatia, che ci costringe ad immedesimarci nei vari ‘caratteri’ e nelle varie maschere della vita. Ora si prega con la voce di un uomo giusto, ora con quelle di un malato, ora con quelle di un prigioniero disperato, ora con quelle di chi maledice il nemico e gli augura di morire. Noi, in genere, tendiamo a simpatizzare con la ‘parte buona’ del mondo, a identificarci con essa, e a scartare la parte maledetta. La Bibbia invece ci fa compiere l’esercizio del gioco delle parti, un esercizio incarnato, e quando arriviamo al Salmo delle imprecazione e maledizioni dobbiamo provare a immaginarci nella carne di un papà con una bambina violentata, una madre con un figlio ucciso dalla mafie, genitori di un bambino che affoga nel mare. E lì, in quel giorno, forse capiamo che quelle parole era lì anche per noi, per accompagnare le nostre disperazione e condurle oltre il mare.

In questo tempo di “crisi” c’è un messaggio particolare che ci giunge dai Salmi? 

Certo. I salmi sono stati scritti, in parte almeno, o riscritti e completati, durante l’Esilio Babilonese. L’elaborazione dell’esilio fu per Israele la grande impresa di non dimenticare Sion ma neanche di ricordarla troppo e quindi morire insieme ad essa: “Lungo i fiumi di Babilonia, là sedevamo e piangevamo ricordandoci di Sion. Ai salici di quella terra appendemmo le nostre cetre” (Salmo 137,1-2). È lo stupendo salmo dell’esule, forse l’elegia più bella della Bibbia. Il salmo che più di tutti ci racconta, in presa diretta, il processo spirituale ed etico collettivo con cui Israele tentò di dar senso alla sua tragedia più grande, per continuare a vivere. È uno sciopero dei musicisti, un gruppo di ex-cantori del tempio. Hanno appeso le cetre sui rami dei salici che crescevano lungo le fertili sponde dei fiumi di Babilonia. Lì sedevano insieme, insieme piangevano. E un giorno smisero di cantare. Un digiuno corale di artisti, forse il primo della storia umana. Non si canta in ‘terra ignota’. In quella terra si può solo intonare il pianto funebre, si possono solo urlare parole disperate. Quando la vita ci conduce in esilio, all’inizio vogliamo solo appendere le cetre, buttare via la penna, tacere, piangere e fare lutto. I salmi ci dicono che questi digiuni sono buoni, che anche questi mutismi sono parole di vita. Siamo spaesati, sradicati, estraniati, con dentro e in mezzo a noi una infinita ‘nostalgia di casa’ e dei giorni felici, soprattutto una nostalgia infinita del Dio che non c’è più perché è stato distrutto – dagli altri, da noi, da Dio stesso. Vogliamo e possiamo solo stare seduti ed alzare alti lamenti verso il cielo e la vita. Questa fase può durare molto tempo. Per alcuni dura tutta la vita. Qualche volta, un resto, un piccolo resto – una parte di quella comunità distrutta, o un angolino ancora vivo nella nostra anima ferita – un giorno riprende la cetra in mano, e inizia un canto nuovo. Lo inizia lì, lungo gli stessi fiumi, circondato dagli stessi aguzzini e carnefici. Non sa perché, sa solo che deve cantare. Riesce a cantare gli stessi canti della giovinezza, e capisce che quella voce che lo aveva accompagnato durante la distruzione e poi in esilio, quella voce sconosciuta e temuta come voce di idolo o del nulla, in realtà era la stessa voce buona che gli parlava in Sion, ma non lo sapeva. Una comprensione nuova che è solo e tutta grazia, tutta gratuità. Capisce che Dio non ha paura dell’esilio, e che non c’è lungo migliore dei fiumi di Babilonia per cantare e lodare. E alla domanda: ’Come cantare i canti del Signore in terra straniera?’, giunge una nuova risposta: Cantali esattamente come li cantavi a Sion: io abito anche qui, e non ti ho mai lasciato solo. È iniziata la fine dell’esilio. Se un piccolo gruppo di esiliati non avesse ripreso le cetre dai salici e ripreso a cantare, noi oggi non avremo la Bibbia. E così noi: la vita continua perché qualcuno, quando non avrebbe più nessuna ragione, ne trova ancora una e ricomincia a cantare, a sperare, a vivere.

 

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