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I preti giovani, la Chiesa, il presente che fa paura

I preti giovani, la Chiesa, il presente che fa paura

[di Daniele Rocchetti, delegato regionale alla vita cristiana]

Il prete giovane, rigido, amante di antichi paramenti, critico verso Papa Francesco
L’idea di Chiesa che sta dietro. E l’idea di prete
Non si vive il presente fuggendolo

Preti giovani modello di prete vecchio

Capita sempre più spesso. Incontro amici parroci che raccontano della fatica a convivere con il giovane curato arrivato in parrocchia. Le ragioni sono uguali quasi per tutti: una certa rigidità, la difficoltà a stare con adolescenti e giovani, una passione, a volte smodata, per i paramenti liturgici: casule e stole, piviali e pianete. Sullo sfondo, un fastidio, per qualcuno neanche troppo velato, nei confronti del pontificato di papa Francesco.

Il Seminario non ha inciso. Molti preti giovani vanno “per conto loro”

I miei amici parroci si chiedono spesso quali sono stati gli errori che hanno portato un numero sempre più crescente di giovani presbiteri a riconoscersi in un profilo di prete che pare loro inadeguato per stare con fede nel presente. Eppure, dicono, la formazione in Seminario è stata buona e così anche, mediamente, la qualità degli educatori. 

Il tema travalica i confini orobici se perfino una recente ricerca dell’Università Cattolica di Washington che ha coinvolto più di 3500 sacerdoti ha mostrato come la crescente polarizzazione politica della società ha avuto lo stesso tipo di effetto sui preti: tra quelli ordinati negli ultimi 50 anni i più giovani, infatti, tendono maggiormente a descriversi come conservatori, rispetto a quelli più anziani. 

La Chiesa “assediata” e la figura sacrale del prete

Assunta come parziale la categoria di “conservatore” e, per contro, di “progressista”, vale la pena interrogarsi sulle ragioni che portano diversi (non tutti!) giovani preti a sentirsi meglio in confini perimetrati e a sottolineare aspetti, anche di abito, a lungo ritenuti non decisivi per la qualità umana e sacerdotale.

Per molti di loro, vi è la convinzione che la Chiesa è assediata e occorre rinchiudersi e difendersi, sottolineando, tra le altre cose, la dimensione sacrale del sacerdote.

Nessuno certo può negare che i cambiamenti in atto siano profondi e irreversibili. Sarebbe da ingenui farlo.  Cambiamenti che scuotono alle fondamenta un sistema che si era pensato – e che qualcuno ancora pensa – immutabile perché in questo modo rifletteva l’eternità della Chiesa.

La tentazione di tornare indietro verso lidi che non ci sono più

Un’idea certamente rassicurante ma falsa. Almeno in Occidente noi siamo inesorabilmente gli ultimi testimoni di un certo modo di essere cristiani. E inevitabilmente la Chiesa – oggi in mezzo al guado –  è destinata a mutare il suo volto i cui contorni prossimi sono ancora imprecisi.  

La  tentazione è di tornare indietro, verso lidi sicuri di un tempo. Peccato che non ci siano più, né i lidi né il tempo. Il cambiamento da avviare rappresenta un vero e proprio lutto da rielaborare. Senza rimpianti, risentimenti né, tantomeno, fuga, in chiave identitaria, verso improponibili deserti e luoghi lontani.

Dentro le crepe del presente

Occorre abitare con coraggio e fiducia il tempo presente, stare da uomini dove gli uomini vivono, discernere come essere per tutti un segno, per ridire, nella città plurale, l’unica cosa che i cristiani hanno di prezioso: l’umanità del Vangelo.  

Vivere sul serio la fraterenità, anche quella tra preti che spesso i giovani rifiutano

Magari vivendo sul serio, oltre la retorica, la fraternità, la comunione fraterna (anche tra preti, cosa che molti di questi giovani tendono a rifiutare), vero segno autentico di testimonianza cristiana. 

In ogni caso – e qui, in fondo, mi pare di intravedere la fatica del tempo – a stare con fede, la sola che rende capace di scorgere dentro le crepe del presente i varchi dentro i quali, spesso inaspettatamente, il nostro Dio si fa trovare.

 

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