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Che ne è del Sinodo?

Che ne è del Sinodo?

[Daniele Rocchetti, delegato regionale alla vita cristiana]

Il Sinodo, un’occasione mancata. Per ora.

Diversi mesi sono passati dall’ottobre scorso quando è stato avviato il percorso sinodale. “L’avvenimento ecclesiale più importante e strategico dopo il Concilio Vaticano II”, è stato definito. Papa Francesco, che tanto ha insistito con la Chiesa italiana perché lo mettesse in agenda, lo considera decisivo per la vita e per la missione dei cristiani: “proprio il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio”.

Avvio faticoso

Eppure l’avvio di questo processo, in questa prima fase caratterizzata dall’”ascolto”, risulta essere, alla prova dei fatti e non delle intenzioni, faticoso e incerto.

Sono molti i segnali provenienti da diocesi che evidenziano, in modo netto, che il decollo del cammino sinodale non è ancora avvenuto. Al punto che il cardinal Grech, Segretario del Sinodo dei Vescovi, li ha esortati a prenderlo sul serio e ha ricordato, a loro e ai sacerdoti, che sono stati chiamati dal Signore ad essere pastori di tutto il gregge:

Non possiamo accontentarci  solo di quelli che riempiono le sedie delle chiese: c’è una Chiesa che non viene in chiesa e anche quella deve essere ascoltata”. E ha invitato i fedeli a farsi avanti: “se non trovate orecchie aperte, non scoraggiatevi perché la Chiesa ha bisogno di ascoltarvi”.

Quali sono le ragioni per le quali, almeno in questa prima fase, stiamo perdendo una così grande opportunità?  Dal mio osservatorio abbozzo alcune ipotesi (e piste di lavoro).

Una postura a cui non siamo abituati

La particolarità del Sinodo avviato è di non avere un argomento specifico: “il suo oggetto – la sinodalità – è anche il suo metodo. (Documento preparatorio 25). Chiesa sinodale significa anzitutto Chiesa che passa dal Sinodo evento al Sinodo processo. Dunque, contrariamente a quanto pensano in molti non è la sinodalità in funzione del Sinodo ma è il Sinodo ad essere una delle tante espressioni della sinodalità.

Il Sinodo processo deve permettere a tutti di sentirsi protagonisti dando vita  ad un dialogo reale, non finto. A cui come chiesa non siamo proprio abituati. La storia che abbiamo alle spalle ma anche la cronaca di questi anni raccontano di un’oggettiva difficoltà a far crescere luoghi autentici, non paludati, di ascolto, di confronto e di dialogo.

Per molte ragioni, quest’attitudine è spesso assente nella prassi (non nelle parole!) delle comunità cristiane. Lo ricordava qualche anno padre Bartolomeo Sorge:

Manca, nella Chiesa, un vero dialogo: dei vescovi con la Curia romana, delle comunità locali con i loro pastori e, più in generale,della gerarchia con i fedeli laici… Si decide ancora tutto dall’alto. Perciò, al posto della parresia evangelica, crescono nella Chiesa il silenzio e il disinteresse dei fedeli. Non parla più nessuno.

Il potere nella Chiesa

E’ il tema del potere nella Chiesa che perpetua per tante ragioni quello che papa Francesco continua a chiamare “la tentazione del clericalismo”. Tema così decisivo e insieme cosi rimosso dal confronto ecclesiale.

Non è facile lasciarsi alle spalle una teologia e una prassi che per secoli ha fatto proprio la prospettiva duale raccolta dal Decretum del monaco camaldolese Graziano che riunisce le decisioni dei concili in materia giuridica e redatta attorno al 1140:

Ci sono due specie di Cristiani. Vi sono coloro che attendono alla liturgia e alla preghiera e sono dediti alla contemplazione: ad essi si addice star lontano dalla confusione delle cose temporali. Questi sono i chierici. Klêros  infatti vuol dire “parte scelta” (…). C’è un’altra specie di cristiani: i laici. Laos  infatti vuol dire “popolo”. Questi possono possedere beni temporali, possono sposarsi, coltivare la terra, occuparsi della giustizia civile, fare offerte e pagare le decime: e così potranno salvarsi, se faranno il bene ed eviteranno i vizi

Una minorità, una perenne condizione infantile in cui sono trattate le donne e gli uomini – battezzati ma non ordinati – che né il Concilio Vaticano II né il post Concilio sono riusciti, nei fatti, a colmare. Lo dimostra ogni giorno la prassi pastorale e l’organizzazione concreta delle nostre comunità cristiane.

Non a caso il Documento preparatorio (2) chiede di “esaminare come nella Chiesa vengono vissuti la responsabilità e il potere, e le strutture con cui sono gestiti, facendo emergere e provando a convertire pregiudizi e prassi distorte che non sono radicati nel Vangelo”.

 

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