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Scalabrini santo di Dio, uomo di un mondo plurale

Scalabrini santo di Dio, uomo di un mondo plurale

[Daniele Rocchetti, delegato regionale alla vita cristiana]

«Ho visitato popolose città e collettività nascenti, campi fecondati dal lavoro e immensi piani non tocchi dalla mano dell’uomo, ho conosciuto emigranti che avevano toccato il fastigio della ricchezza, altri che vivevano nell’agiatezza, e più l’oscura immensa falange dei miseri, che lottano per la vita contro i pericoli del deserto, le insidie dei climi malsani, contro la rapacità umana, soli in un supremo abbandono, nell’inopia di tutti i conforti religiosi e civili e di ogni cosa; ho sentito i cuori palpitare all’unisono col mio…». 

Queste parole le scriveva un uomo, un vescovo, sconosciuto alla gran parte dei più. Il suo nome era Giovanni Battista Scalabrini e il ottobre scorso, in San Pietro, è stato canonizzato da papa Francesco.

“I nostri emigranti”

Scalabrini, nato a Fino Mornasco, in provincia di Como, e vescovo di Piacenza dal 1875 al 1905, anno dalla sua morte, fu tra i primi a teorizzare il «diritto naturale» degli uomini all’emigrazione del vescovo emiliano. Parlava dei «nostri» emigrati. In quegli anni, almeno sette milioni di italiani presero la strada dell’emigrazione, diretti prima verso il Brasile e l’Argentina, poi verso gli Stati Uniti.

Bloccando l’emigrazione «si viola un sacro diritto umano»

Il vescovo Scalabrini ce l’aveva con chi si metteva di traverso al sogno di «catàr fortuna» altrove come i poveri cristi affollati alla stazione di Milano. Ce l’aveva coi proprietari terrieri «impensieriti da questo repentino impoverimento di braccia, che si traduce in un adeguato aumento di mercedi per quelli che restano» e levavano «i loro lagni al governo» per ottenere provvedimenti «per sanare e circoscrivere questo morbo morale, questa diserzione, che spoglia il paese di braccia e di capitali fruttiferi». Richieste inaccettabili, per lui.

Bloccando l’emigrazione «si viola un sacro diritto umano» poiché «i diritti dell’uomo sono inalienabili e quindi l’uomo può andare a cercare il suo benessere ove più gli talenti» scriveva. Non bastasse, sosteneva, «l’emigrazione, forza centrifuga, può diventare, quando sia ben diretta, una forza centripeta potentissima» capace di «immenso profitto».

Tesi che nel 1901, due anni dopo il linciaggio dei siciliani a Tellulah  in Louisiana, aveva espresso anche a Theodore Roosevelt: l’immigrazione era una risorsa straordinaria, un vero dono per un Paese che stava crescendo come gli Usa.  Per inciso, i siciliani in America non erano considerati di razza propriamente bianca ma per così dire “intermedi”. Per loro si coniavano termini come “olive”, oppure “semi-white” o “coloured

Scalabrini si rendeva conto dei grandi interessi economici che erano dietro alle migrazioni di interi popoli e non esitava a definire “mercanti di carne” su chi speculava su quelle disperazioni. Va da sé che nel doloroso mondo dell’emigrazione italiana il vescovo piacentino riuscì a toccare il cuore di molti. Certo, non fu l’unica figura di spicco tra i nostri missionari oltre oceano. Forse nessuno però, con l’amico Geremia Bonomelli vescovo di Cremona, ha pesato tanto nella storia della nostra emigrazione. A partire dall’insistenza sulla necessità che lo Stato italiano, distratto se non indifferente (a parte l’imposizione del servizio di leva) si facesse carico del problema. 

Contro i “mercanti di carne”

Proprio nei giorni della canonizzazione, Molte Fedi ha ospitato Marco Aime, certamente uno degli antropologi più famosi del nostro Paese. Aime con grande lucidità e passione ha raccontato del paradosso del nostro tempo. Continuiamo a ripetere che viviamo in un mondo che si dice globalizzato. Certo per il lavoro e le merci, certamente per il capitale e la finanza. Sicuramente non per gli uomini e le donne che vi abitano. Un mondo al contrario. Chiuso in se stesso, aggredito da paure, incapace di immaginare un futuro che non ripeta gli errori (e gli orrori) del passato.

Perché la realtà è che viviamo in un’epoca di muri. Col crollo del Muro di Berlino forse ci eravamo illusi che fosse finita l’epoca delle divisioni. Ci stiamo invece accorgendo che la Guerra Fredda prosegue ed è anche più drammatica. Al muro che è stato abbattuto per noi, se ne stanno affiancando moltissimi altri che spesso sono a senso unico: non impediscono a noi di uscire ma agli altri di entrare. Questo si lega alle migrazioni. Con questa politica condizioniamo l’esistenza di milioni di persone che lasciano, anche forzatamente, il loro Paese per sopravvivere. 

Stiamo navigando verso la costruzione di un mondo multiculturale che talvolta stenta ad essere interculturale

Stiamo navigando verso la costruzione di un mondo multiculturale che talvolta stenta ad essere interculturale, a costruire intrecci fecondi tra fedi, costumi e culture differenti.  Ci piaccia o meno Il futuro dell’uomo sarà meticcio o non sarà, l’unità del genere umano è meticcia, il regno di Dio verrà quando dai diversi colori, ne verrà uno che tutti li raccoglierà, come dice una canzone degli U2. Perché etnie, colori della pelle, tradizioni popolari, lingue, letterature, pittura, scultura, musiche, sono tutte in movimento, se si fermassero o se temessero il meticciato morirebbero. 

Da noi in Italia l’hanno capito in tanti: la gente comune, i ragazzi a scuola, perfino, per necessità, pure gli industriali. Arriverà il tempo anche per la politica?

 

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