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San Charles de Foucauld. Una sfida per la Chiesa di oggi

San Charles de Foucauld. Una sfida per la Chiesa di oggi

[Daniele Rocchetti, delegato regionale alla vita cristiana]

Ho amato la semplicità e la radicalità di Pia, piccola sorella che per decenni è stata a Damasco, in Siria: un’istituzione nel quartiere dove ha vissuto, nel cuore dell’antica capitale, vicino alla porta di Bab Sharqi.

Ho amato la semplicità e la radicalità evangelica di Maria Chiara, un tempo Responsabile Internazionale, che ha fatto di tutto per non essere riletta e ora è residente a Gerusalemme. Ho voluto bene a Paolo che per anni mi ha accolto sulla porta di ingresso della casa di Nazareth.

Ho amato le  tante piccole sorelle incontrate alle Tre Fontane a Roma, ognuna ricca di una storia grande quanto il riserbo e il pudore nel raccontarla. Così come ho amato i testi di Carlo Carretto e di Arturo Paolipiccoli fratelli del Vangelo, che parlavano e scrivevano, il primo dall’eremo di Spello, il secondo dalle comunità latinoamericane. Sono testi che parlano di un Dio carico di tenerezza e di amore.

Ho amato questi uomini e queste donne in tempi – non distanti dai nostri – nei quali si sosteneva la necessità di una chiesa “della presenza”. Doveva essere una Chiesa orgogliosa di un’identità da esibire come giudizio severo sul mondo, pronta alla condanna più che alla misericordia. Ho avuto invece la fortuna e il dono di incontrare, sulle strade del mondo – a Torino come ad Amman, a Roma come tra le roulotte itineranti degli zingari – piccoli fratelli e piccole sorelle posti dentro gli intrecci più quotidiani e periferici dell’esistenza.

Li ho incontrati desiderosi solo di “gridare il vangelo con la vita”, preoccupati di vivere una fedeltà profonda agli uomini del loro tempo e all’ambiente che Dio ha dato loro da amare. Proprio come Annalena Tonelli, la volontaria italiana uccisa qualche anno in Somalia. Poco prima del suo martirio, raccontò così la sua scelta: “Partii per l’Africa decisa a “gridare il Vangelo con la mia vita” sulla scia di Charles de Foucauld, che aveva infiammato la mia esistenza.”

Fratello universale

[Deserto algerino]

«Da Nazareth può mai venire qualcosa di buono?» chiede, nel vangelo di Giovanni (1, 46), Natanaele a Filippo. Se lo chiede, sul finire del secolo scorso, anche Charles de Foucauld, un giovane sregolato dell’esercito francese, di stanza in Nord Africa. Lo attirano la vita nascosta di Gesù, la sua estrema semplicità, il suo confondersi con gli altri.

Decide di cambiare vita e di porsi alla sequela del Signore, riconosciuto presente nell’Eucarestia. Di fronte al Santissimo Charles imparerà a sostare ore e ore. Egli vede nei poveri, l’icona vivente di un Dio fatto povero. Vede se stesso come “Fratello di tutti”, “fratello universale”. Prima sceglie di essere monaco trappista e poi per tre anni si mette a servizio delle Clarisse di Nazareth. Poi decide di diventare prete e partire verso il Sahara “per continuare la vita nascosta di Gesù”.

L’obiettivo non è di stare “in disparte” o “al di sopra” ma “dentro la vita”. Sta con i Tuareg, una popolazione nomade che abita nel deserto, impara la loro lingua. Risponde alla logica dell’espansione coloniale cercando il valore delle altre culture. All’attività missionaria, che spesso si accompagna a superiorità e potere, mostra che, in nome del nascondimento di Gesù, si può scegliere di essere ultimo tra gli ultimi.

Se il chicco di grano non cade a terra e non muore, resta solo. Io non sono morto, per questo sono solo. Pregate per la mia conversione, di modo che, morendo, io possa dare più frutti…

Quando il primo dicembre del 1916 fratel Charles muore in modo anonimo, ucciso da una banda ribelle, nessuno ha raccolto la sua eredità. Nulla, in particolare, fa presagire che i propositi, messi per scritto, “per fondare e sviluppare la Fraternità dei Piccoli fratelli e delle Piccole sorelle del Sacro Cuore di Gesù”, potessero davvero essere vissuti e continuati.

Ciò che fr. Charles desidera ardentemente da vivo (“Quel che sogno è qualcosa di molto semplice, di non molto numeroso, qualcosa come quelle piccole semplici comunità dei primi tempi della Chiesa”) prende corpo pochissimi anni dopo la sua morte. Avviene già all’indomani della pubblicazione – nel 1921 – della biografia scritta da René Bazin, un libro che sulla gioventù francese produce una vera scossa spirituale.

L’influenza maggiore su preti suore e laici verrà però da Renè Voillaume. Voillaume è un prete parigino esperto di arabo e di islamistica, autore di un testo -“Come loro” – di spiritualità sulla vita di fr. Charles. Sarà lui a dare forma ad un progetto audacissimo. Il progetto prevede dei contemplativi fuori dai monasteri che soli apparivano contenere quella separazione e quel silenzio ritenuti necessari al raggiungimento dello stato contemplativo.

L’8 settembre 1933 nella basilica parigina del Sacro Cuore a Montmartre, insieme a Guy Champenois, Marcel Boucher, Georges Gorrée e Marc Gerin, Voillaume dava inizio alla famiglia dei Piccoli fratelli di Gesù. Con loro si stabilisce quindi a El-Abiodh, nell’Algeria del Sud, seguendo le tracce di Charles de Foucauld.

Lo storico Maurilio Guasco ricorda che, su richiesta dello stesso Voillaume, monsignor Giovanni Battista Montini aveva scritto una prefazione per l’edizione italiana di Come loro. Quel testo è  rimasto inedito (lo stesso Montini la considerò non all’altezza delle pagine di Voillaume!) e verrà pubblicato soltanto in anni recenti.

Fraternità sparse in tutto il mondo

Tamanrasset

Oggi la “famiglia” di Charles de Foucauld è composta da 11 congregazioni diverse, presenti in tutto il mondo. I vari rami femminili contano complessivamente oltre 1600 “piccole sorelle”. Quelli maschili circa 600 “piccoli fratelli”. A questi bisogna aggiungere diversi gruppi e movimenti laicali.

All’inizio, i primi seguaci vivono profondamente il richiamo del deserto del Sahara, in Algeria o Marocco. Succede per i primi cinque seguaci ma anche nel 1936, quando suor Magdaleine si installa a Boghari, sempre in Algeria, dove nascono le Piccole Sorelle di Gesù. Gli imprevisti della storia (i fratelli vengono espulsi dall’Algeria perché favorevoli all’indipendenza del Paese dalla Francia), li obbligano a fare i conti nuovamente con il messaggio di frère Charles, che li spinge a farsi “fratelli universali”.

Capiscono che è importante non solo il Sahara ma ogni “deserto” dell’uomo, ogni luogo in cui il Vangelo è sconosciuto, ogni terra che la Chiesa ha trascurato o non è riuscita a raggiungere. Da questa riflessione si definisce compiutamente la convinzione che non esistono più confini geografici. La vocazione a “gridare il Vangelo sui tetti non con la parola ma con la vita” diventa davvero universale.

Con un obiettivo: essere in ogni ambiente il lievito che si perde nella pasta per farla lievitare. “Arabi con gli arabi”, “nomadi con i nomadi”, i piccoli fratelli e le piccole sorelle avrebbero dovuto adottare la lingua, i costumi e perfino la mentalità. Avrebbero dovuto mettere la carità al di sopra di tutte le regole, spalancare le porte di casa.

Nascono allora  le prime fraternità nel mondo fino a giungere, a cavallo tra gli anni ’70 e gli anni ’80, a quelle dei Piccoli Fratelli e le Piccole Sorelle dell’Incarnazione sorte ad Haiti. Sono religiosi che vivono con i tagliatori della canna da zucchero, fanno il loro stesso lavoro in condizioni terribili di povertà. Quando emettono la professione religiosa, ricevono come simboli la Sacra Scrittura e il machete.

Uomini e donne che non possono possedere nulla, che vivono del proprio lavoro, intrecciando contemplazione e servizio, adorazione del Santissimo e amore verso l’uomo concreto. In modo non edulcorato, capaci di legare insieme, nell’unica storia di salvezza, incarnazione e redenzione.

Saranno in tanti, dunque, a rispondere alla contagiosa passione di fratel Charles. Non si preoccuperanno di essere segno di contraddizione, accusati di mangiare con i pubblicani e i peccatori. Come dirà sorella Magdaleine di Gesù:

State attente a non cadere nella grettezza e nell’ottusità, non scandalizzatevi troppo facilmente per cose di poca importanza. Soprattutto, evitate di essere rigide o formali e di agire come i farisei. Siate sempre di vedute larghe poiché la ristrettezza può distruggere il vero amore

La convinzione che la fede senza l’amore è inutile, che l’amore, come compimento della fede, va espresso il più concretamente possibile, orienterà la fraternità dei piccoli fratelli e delle piccole sorelle  nelle direzioni più diverse.

Cosa vuol dire la santità di de Foucauld per la Chiesa di oggi?

Tamanrasset

Ora la Chiesa ha deciso: il prossimo 15 maggio – lo stesso giorno della beatificazione di don Luigi Maria Palazzolo – Charles de Foucauld sarà proclamato santo.

Come a voler certificare il valore che l’esperienza spirituale da lui generata è stata profondamente significativa per il nostro tempo. Perché c’è davvero un prima e un dopo la vicenda di Charles de Foucauld.

Eppure la domanda sorge spontanea: qual è la ragione dell’attualità e del fascino, mai tramontati, di Charles de Foucauld e delle fraternità di piccoli fratelli e delle piccole sorelle? Come possono essere significativi per una Chiesa occidentale alle prese con la crisi delle chiese mezze vuote, la distanza dell’uomo contemporaneo sempre più indifferente alla proposta cristiana?

Certo, De Foucauld e le esperienze che a lui si rifanno ci hanno restituito un’immagine di carne del nostro Dio. Hanno liberato Nazareth dalla prigione oleografica e l’ha restituita ai sandali di Gesù, al corteo dei santi.  Ma questo non è ancora sufficiente. Forse la chiave di volta ce la fornisce mons. Pierangelo Sequeri, quando scrive:

Il punto non è tanto quello della “durezza” dell’ascesi richiesta, quanto piuttosto quelli di una imitazione “reale” di Nazareth: che deve trovare le condizioni del proprio rigore nella normalità del contesto in cui quelle condizioni sono già date come umane, e non artificiosamente cercate e ricostruite come religiose.

In quelle condizioni infatti il “piccolo fratello universale”, si insedia come il suo “beneamato fratello Gesù”, perché uomini e donne vi sono già insediati; perché esse sono la loro vita quotidiana, l’orizzonte del loro sguardo sul mondo, sulle cose, sui rapporti sociali, sulla vita, sugli affetti, sulla religione medesima.

L’insediamento in quelle condizioni raffigura esemplarmente, nel suo punto più basso e nascosto, e perciò anche più radicale ed evidente, la comunione di Dio con l’umanità dell’uomo, il senso di una redenzione che annulla ogni pregiudiziale distanza mediante l’incarnazione…

Come a dire che la forza di Charles de Foucauld sta indicare a tutti la normalità della vita come il luogo della fede cristiana e dell’annuncio evangelico. Nel nome dell’incarnazione, significa porre l’evangelizzazione dentro il feriale dell’esistenza, custodendo nell’ordinario il riferimento cristologico della imitazione/sequela. “La stessa vita di Nostro Signore” Gesù e cioè ‘l’esistenza umile e oscura di Dio, operaio di Nazareth’”…

Una canonizzazione che indica una strada da seguire e una sfida da raccogliere. Ne saremo capaci?

 

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