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Ratzinger. Un bilancio

Ratzinger. Un bilancio

Bisogna parlare chiaro, raccomanda papa Francesco.
Ratzinger e il suo progressivo appoggio a posizioni tradizionaliste.
Andrea Grillo, laico e teologo, parla con coraggio del Papa da poco scomparso

“Una condizione generale di base è questa: parlare chiaro. Nessuno dica: “Questo non si può dire; penserà di me così o così…”. Bisogna dire tutto ciò che si sente con parresia. 

Papa Francesco: “Bisogna dire quello che si sente di dover dire”

Dopo l’ultimo Concistoro, nel quale si è parlato della famiglia, un Cardinale mi ha scritto dicendo: peccato che alcuni Cardinali non hanno avuto il coraggio di dire alcune cose per rispetto del Papa, ritenendo forse che il Papa pensasse qualcosa di diverso. Questo non va bene, questo non è sinodalità, perché bisogna dire tutto quello che nel Signore si sente di dover dire: senza rispetto umano, senza pavidità. E, al tempo stesso, si deve ascoltare con umiltà e accogliere con cuore aperto quello che dicono i fratelli. Con questi due atteggiamenti si esercita la sinodalità. Per questo vi domando, per favore, questi atteggiamenti di fratelli nel Signore: parlare con parresia e ascoltare con umiltà.

Così papa Francesco ai partecipanti del Sinodo straordinario sulla famiglia.Parresia, il modo diretto e franco con cui i primi cristiani annunciavano il Vangelo. Il Nuovo Testamento impiega spesso questo termine – che nasce in ambito politico – per connotare la predicazione degli apostoli e ne fa una delle chiavi del suo successo nonostante le resistenza degli oppositori.

Un teologo, laico, padre di due figli: Andrea Grillo

Eppure, per tante ragioni, questa virtù non è molto praticata oggi dentro la comunità ecclesiale e questo spiega, probabilmente, il motivo per il quale papa Francesco continua a richiamarla e a chiedere di praticarla. Andrea Grillo, da questo punto di vista, è davvero una voce fuori dal coro. Con competenza e parresia, appunto, interviene spesso attorno ad alcuni nodi della Chiesa contemporanea. Teologo laico e padre di due figli, filosofo, insegna, dal 1994, Teologia dei sacramenti e Filosofia della Religione a Roma, presso il Pontificio Ateneo S. Anselmo e Liturgia a Padova, presso l’Abbazia di Santa Giustina. E’ autore di numerosi testi, alcuni dei quali, in particolare quelli di Liturgia, studiati nei Seminari e nelle Facoltà di teologia. Insomma, un credente che sta accompagnando con serietà il cammino di molti, aiutando a discernere continuamente tra tradizione e tradizionalismo, tra ciò che conta veramente per il Vangelo e gli orpelli (troppi?) con cui spesso è stato sovraccaricato. Con lui ho cercato di tracciare un bilancio di Ratzinger, teologo e papa.

Che giudizio dai della teologia di Joseph Ratzinger?

Siamo di fronte ad un autore che fin da molto giovane ha sviluppato un pensiero assai elegante, lineare, con una sintesi di sapienza patristica e di pensiero dogmatico, segnato però  a fondo da un tratto apologetico e controversistico che, col tempo, ha preso sempre più la mano al suo autore, soprattutto dal momento in cui egli ha assunto responsabilità episcopali e magisteriali. A partire dal 1984, segnato emblematicamente dal libro-intervista “Rapporto sulla fede”, la lettura che J. Ratzinger ha dato della tradizione più recente è stata dominata da un concetto di “vigilanza” assai unilaterale e quasi senza speranza verso il mondo tardo-moderno. La chiesa sembrava trovare e conservare se stessa solo nel passato. 

Come ha interpretato il Concilio Vaticano II?

Il giudizio sul Concilio Vaticano II, evento al quale come teologo aveva dato un notevole contributo con ispirazione e mediazione dottrinale, e del quale è stato dunque “padre”, è apparso sempre più dominato da una sorta di “paternità pentita”, maturata a partire dal trauma de “68”, che Ratzinger ha vissuto in modo assai pesante. E’ come se lo sguardo sul Concilio si fosse appiattito su una chiave interpretativa troppo unilaterale, come se fosse solo una sorta di “resa alle nuove evidenze sessantottine”, che ora apparivano quasi come l’inizio della fine e quindi come strade da evitare. Tanto più duro è stato questo giudizio quanto più l’autore si era identificato da giovane, almeno parzialmente, con quelle posizioni. La condanna del ‘68 suonava così, in qualche maniera, come una auto-condanna in vista di un pentimento. Vale per Ratzinger, mutatis mutandis, quello che Juengel ha detto di K. Barth: tanto forte era la condanna della “esperienza liberale” proprio perché era stata, in realtà, la “sua” posizione precedente.

Hai scritto che il limite maggiore è proprio la irrilevanza della “indole pastorale” nella teologia del Ratzinger maturo. Il che significa che la tradizione non può subire traduzioni. Ce lo spieghi?

Questo è forse il nucleo della difficoltà sperimentata da Ratzinger di fronte al Concilio, riletto “a posteriori”. A suo avviso la “indole pastorale”, che è scritta sulla porta di ingresso del Concilio, e che va interpretata proprio come una prospettiva qualificante sul piano dottrinale, che coltiva la speranza di “tradurre la tradizione”, viene facilmente ridotto ad una sorta di “grimaldello” contro la tradizione, per sovvertirla e per svuotarla. Per resistere a questa tentazione, negli anni successivi, Ratzinger ha sempre più identificato la tradizione con la teologia tridentina. Che come tale risulta intraducibile, senza tradire la fede. Di qui i toni apocalittici e perentori su molte espressioni non tridentine della fede, maturate proprio dopo il Vaticano II, in ogni campo: morale, sacramentale, liturgico, ecumenico, interreligioso ecc. Non sono traduzioni legittime, ma tradimenti pericolosi. Per non tradire, occorre stare fermi. Al movimento voluto dal Concilio si sostituisce una stasi rassicurante, ma che accentua la incomunicabilità tra storia e storia della salvezza.

Uno dei punti più discussi del suo pontificato resta senza dubbio la pubblicazione della “Summorum pontificum“. Cosa ne pensi?

Mi pare la verifica più lampante di quanto ho detto poco fa. Se è vero che la tradizione si identifica nella sua forma tridentina, la Chiesa tridentina risulta strutturalmente e direi ontologicamente insuperabile. Per questo il rito tridentino, nella visione del documento SP, appare una sorta di “padre padrone invadente” per ogni rito romano successivo. Qui è chiaro che il Concilio viene “salvato” solo al prezzo di un gravissimo svuotamento, quasi riducendolo alla irrilevanza. La cosa forse più interessante è che in questo documento, come non raramente accade in una buona parte degli scritti di Ratzinger, sul rigore razionale e sulla logica della fede prevale un “affetto nostalgico” che risolve a proprio vantaggio le questioni. Il dialogo tra fede e ragione è lasciato gestire ad un sentimento che minaccia sia l’unità della fede sia la coerenza razionale. In effetti la convivenza parallela di due forme rituali, di cui la seconda è nata proprio a correzione della prima, pensata come “via di pace” è razionalmente poco argomentabile e teologicamente un pericoloso principio di anarchia. 

Cosa resterà del pontificato di Ratzinger?

Il rischio è che del pontificato resti in modo prevalente solo l’atto di resistenza al Concilio Vaticano II. Questo sarebbe grave, se si lasciasse la eredità del pensiero ratzingeriano nelle mani malaccorte dei suoi interpreti più reazionari. Questo tradirebbe, senza dubbio, le intenzioni dell’uomo e del pastore. Va però riconosciuto che uno dei momenti più evidenti del “disagio” di Benedetto XVI sia stata proprio la memoria della sera del 11 ottobre 2012, 50 anni dopo la famosa sera del “discorso della luna”. Quando un papa, nel ricordare il Concilio, arriva ad affermare: “Allora eravamo felici… poi abbiamo scoperto che esiste il peccato originale”, è evidente che sta affrontando non anzitutto un evento, ma un trauma. Questa teologia “traumatizzata” resterà, storicamente, come un passaggio di una ermeneutica del Vaticano II piuttosto negativa e senza sbocchi. Che però viene interrotta e in qualche modo smascherata dalla “rinuncia all’esercizio del ministero petrino”, che resterà sicuramente, come paradossale atto di speranza.

“Santo dubito”, ha titolato il Manifesto. Al di là della battuta, come hai interpretato la richiesta di qualcuno, anche autorevole, di una canonizzazione in tempi brevi e di un riconoscimento di “dottore della Chiesa”?

La autorevolezza, nella Chiesa, non è semplicemente un dato di fatto, ma una vocazione. Se un Vescovo, un Cardinale, o un teologo, di fronte alla morte di Benedetto XVI, parla di immediata proclamazione come Santo o come Dottore, dimostra, proprio con queste parole avventate, di non sapere che cosa sia la autorevolezza, di non conoscere la storia e di voler replicare, con il successore, la troppo rapida semplificazione della eredità del papa predecessore. Credo che Ratzinger stesso avrebbe duramente contestato parole tanto improvvisate. La qualità di Santo o di Dottore è sempre il frutto di una lenta maturazione, che non avviene anzitutto sulle bocche dei cardinali, o negli uffici romani, ma nelle vite, nel culto e nella cultura del popolo di Dio, che si muove più lentamente e meno avventatamente. La cosa apparirà chiara nei prossimi decenni.

Quali sono le convulsioni più profonde che stai vedendo nel corpo della Chiesa di oggi? 

In un tempo di trapasso, la Chiesa cattolica, con la sua struttura moderna voluta dal Concilio di Trento, fatica a stare al passo della storia ed è portata a pensare che la unità sia garantita solo dalla uniformità. Questo è un problema per il papato,  per la struttura dei dicasteri, per la stessa presenza episcopale nel corpo ecclesiale. Che cosa significa “dare parola alla autorità del Vangelo” è una questione che il Vaticano II ha iniziato a riformulare, ma siamo solo all’inizio. In un certo senso occorre una grande “depoliticizzazione”, ossia una riformulazione delle forme di esercizio della autorità. Questo è il compito più spirituale del nostro tempo. Un caso esemplare: durante il tempo della pandemia, molti vescovi (non il vescovo di Roma) hanno solo parlato con “decreti disciplinari”. Questo è il linguaggio vecchio, che non solo non basta più, ma che diventa controproducente, nasconde il Vangelo e le cose ultime e si sofferma su cose penultime.

Che giudizio dai delle risposte di papa Francesco?

Papa Francesco ha intuito, fin dall’inizio del suo pontificato, che questo è l’orizzonte su cui muoversi come Vescovo di Roma. E ha rimesso in gioco l’autorità della Chiesa, che prima si era in qualche modo “autocensurata”, delimitando se stesse alle forme di esercizio tridentine. Molto ha fatto finora per una ripresa della “medicina della misericordia”, anche se non solo deve combattere contro numerose forme di resistenza interna ed esterna, ma deve anche lottare contro forme espressive ed esperienziali che appaiono “costitutive” della tradizione cattolica. Ad es. la visione del ministero ordinato, pur con tutte le apertura sui ministeri istituiti, resta ancora consegnata ad un linguaggio integralmente tridentino, senza un vero ripensamento. Questo rende molto difficile promuovere davvero nuove forme liturgiche ed ecclesiali. Capovolgere la piramide ecclesiale non è retorica, ma implica una revisione profonda delle categorie ministeriali. Altrimenti si presta ad un uso retorico.

Qualcuno evoca la possibilità di uno scisma. Tu cosa ne pensi?

E’ evidente che in larga parte si tratta di discorsi strumentali, di spauracchi per intimorire, sollevati da chi pretende che il cattolicesimo debba identificarsi per statuto originario con la forma tridentina. Non escludo che alcuni si siano già messi in condizione di scisma. Il problema vero non riguarda il popolo di Dio, ma alcuni episcopati dominati da questa ideologia tridentina, che non attiene anzitutto alle forme liturgiche, ma al modo di formare i soggetti, di esercitare il ministero e di pensare il centro del Vangelo. Su questo livello decisivo la prossima generazione ha un grande lavoro da svolgere, soprattutto in termini di annuncio, di forme di vita e di formazione spirituale. Una Chiesa che sappia essere genuina creatrice di cultura evangelica è la speranza che non tramonta.

 

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