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Perché non sia il male l’ultima parola. Storia di un incontro

Perché non sia il male l’ultima parola. Storia di un incontro

[Daniele Rocchetti, delegato regionale alla vita cristiana]

e ora io posso stare in una stanza con Adriana e sentire dell’affetto nei suoi confronti, se noi che eravamo destinate ad odiarci ci prendiamo cura l’una dell’altra, allora è possibile che questo male non avrà l’ultima parola”.

A parlare è Agnese Moro durante l’incontro di settimana scorsa con Adriana Faranda.
Agnese è la figlia del presidente della Democrazia Cristiana rapito e ucciso da un gruppo delle Brigate Rosse di cui faceva parte anche Adriana.

Una storia dolorosissima che ha cambiato il Paese e che ha toccato profondamente le persone coinvolte. Anche quando la giustizia aveva fatto il suo corso.

“Le mie ferite erano rimaste uguali. Si dice: il tempo guarisce tutto. Non è vero. Il tempo incancrenisce, “solidifica” le cose, non permette loro di evolversi. Io soffrivo la dittatura del passato, quel passato che si ripeteva ogni giorno. La mia vita era come agganciata a un elastico. Andavo avanti, facevo molte cose, ma non sapevo mai in quale momento quell’elastico mi avrebbe riportato indietro, se si sarebbe allungato per sempre o se un giorno si sarebbe spezzato. Ero come un insetto in una goccia d’ambra, da dove non avevo modo di uscire”.

Il coraggio di scegliere la vita nonostante il male

Trentun anni dopo la morte del papà, la vigilia di Natale del 2009, Agnese ha cominciato a pensare di dire basta. Di scegliere la vita e decidere che quel male non doveva essere alimentato più. “Perché capisci che una volta fatto, il male non rimane fermo. Lavora, lavora… va avanti e colpisce altre persone. Tu stai nella tua goccia d’ambra e finché sei là dentro quel male non potrà essere fermato”.

Poi un giorno a bussare alla porta di Agnese è un gesuita, Guido Bertagna: “Venne da me a chiedermi se volevo prendere parte a un gruppo di lavoro che intendeva far incontrare – affinché si parlassero – le vittime con gli autori del terrorismo. Subito ho detto di no perché temevo di offendere la mia famiglia, perdere amicizie come poi ho perso davvero. Ma al no è seguito un sì. Volevo che la mia vita fosse completa, viva. E non una vita un quarto viva e tre quarti morta”. 

“Volevo che la mia vita fosse completa, viva”

Così, grazie a padre Bertagna “e a tante altre persone che hanno messo la loro intelligenza e il loro tempo al servizio del fatto che noi potessimo arrivare a parlarci senza “sbagliare strada”, ho avuto la possibilità di scoprire chi fosse “l’altro difficile”, e ritrovare voce dopo essere stata muta tanto tempo. Avevo in mente volti di mostri senza cuore, senza pietà, come lo erano davvero stati, invece mi sono trovata di fronte visi sui quali era trascorsa una vita. Guardandoli mi sono resa conto di quanto tempo fosse passato e che quel passato non poteva essere oggi”. 

Perché non si perde l’umanità anche sei hai una storia pesante dietro le  spalle. “Franco Bonisoli [brigatista del commando di via Fani] mi ha raccontato di aver utilizzato, quando era in carcere, permessi rari e preziosi per incontrare i professori del figlio. A significare che le persone non rimangono uguali, non è che se tu hai fatto cose orrende, per sempre dovrai essere una persona orrenda. Dentro queste persone c’era qualcosa di diverso da quello che io avevo pensato fino ad allora”. 

Tornare alle relazioni, ricucire le ferite

Lo dice bene anche Adriana Faranda: “Nella mia storia ho lacerato le relazioni ma giungi ad un punto in cui devi assolutamente riaffrontare quel problema. Tornare alle relazioni significa verificare se puoi ricucire alcune ferite ricomprendendo che la tua identità si riconfigura in quel cerchio”.

Il percorso avviato, quello della giustizia riparativa, è stato terapeutico: “fino a quel momento il dolore era solo il mio, e di chi come me aveva sofferto a causa loro. Ho scoperto invece che era anche di chi si è reso responsabile di ciò che non poteva più essere rimediato. Era dolore il mio, era dolore il loro. Un dolore che nessuno potrà mai toglierci, ma che si può portare insieme.” 

E il percorso ha permesso di fare domande fino ad allora sepolte. Dire parole che non si aveva coraggio di fare: “perché non ci avete fatto avere le lettere che il papà scrisse per ciascuno di noi figli e che ci sono state date, in fotocopia, soltanto undici anni dopo?” 

Un percorso estremamente lungo, difficile e sofferto, fatto di piccoli passi, ma anche ricchissimo di umanità, di stimoli, di riflessione, di un tempo ritrovato, non schiacciato unicamente sul passato. Da una parte e dell’altra.

Il perdono non è un sentimento, ma una decisione: è dire basta

“Noi – dice Adriana – siamo partiti da un desiderio di giustizia e siamo giunti a ledere la stessa giustizia privando le persone del bene più prezioso: la vita.

“Sono una persona che ha vissuto tutto, compresi quei passi graduali e successivi sulla strada della violenza, della rivoluzione e della follia. Tornare indietro su queste scelte è difficile, azioni abominevoli senza alcun segno di umanità”.  

Chiude Agnese: ““Per me il perdono non è un sentimento, ma una decisione, è dire basta. Perdonare è una scelta per riprenderti la tua vita e vedere quello che c’è intorno a te e le opportunità che ti vengono offerte”. 

Per imparare a vivere da disarmati. Perché non sia il male l’ultima parola.

 

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