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Al centro la persona. Un dialogo con l’Arcivescovo Mario Delpini

Al centro la persona. Un dialogo con l’Arcivescovo Mario Delpini

[Daniele Rocchetti, delegato regionale alla vita cristiana]

In vista del primo maggio mi sono recato a Milano, negli uffici della Curia in piazza Fontana, per incontrare mons. Mario Delpini, Arcivescovo della grande diocesi ambrosiana che comprende più di mille parrocchie e cinque milioni di fedeli. “Sono solo un povero prete”, mi dice quando cominciamo l’intervista. Eppure questo vescovo con un linguaggio semplice e comprensibile a tutti è riuscito in questi anni ad essere un punto di riferimento importante, a segnare uno stile fatto di ascolto e di confronto, di dialogo e di vicinanza. Questo sotto è una parte del nostro dialogo.

La lunga crisi pandemica ha aperto davanti a noi due strade: riportare il mondo nella situazione nella quale ci trovavamo prima del coronavirus o ridisegnare tutto da capo. L’insostenibilità sociale, economica e ambientale, come ci ricorda continuamente papa Francesco, dovrebbe portarci alla consapevolezza che quanto accaduto ci sta offrendo un’opportunità unica per un nuovo inizio. Come possiamo immaginarlo?

Io non credo che nella storia ci siano nuovi inizi radicali. Immagino piuttosto la vita come una graduale trasformazione. Certo, qualche volta ci sono delle cesure molto forti ma non siamo noi a cominciare la storia del mondo. Piuttosto, e mi pare questo il tempo, iniziamo una faticosa ripresa dopo un periodo di grande shock. Abbiamo una preziosa eredità da onorare: non possiamo dimenticare né le radici né il lavoro dei nostri padri. Penso anche che abbiamo un motivo di pentimento e di conversione: lo sviluppo vissuto e di cui siamo stati i protagonisti, come lavoratori, imprenditori e uomini di cultura, ha degli evidenti difetti. C’è bisogno di una conversione e di fiducia. Ecco, io credo che l’eredità del passato, il riconoscimento dei limiti, la fiducia verso le nostre risorse e la capacità di intraprendenza che caratterizza questo territorio siano strumenti di ripartenza vera. Il nome di questo inizio dovrà quindi essere modestia, fiducia, senso di responsabilità per gli altri, per l’ambiente e per il futuro della nostra comunità.

A proposito di fiducia mi ha molto colpito che nel discorso di Sant’Ambrogio, del dicembre scorso, lei abbia citato quel passaggio, dal Libro di Geremia, dove il profeta,  con l’esercito babilonese alle porte pronto a distruggere la città, acquista un terreno, facendo così un vero e proprio investimento sul futuro. Secondo lei su cosa è necessario cominciare ad investire perché una situazione ora più libera nei protocolli non ci trovi impreparati?

Premetto che per la mia sensibilità la parola investimento è un po’ troppo finanziaria… Preferisco parlare di fiducia… In che cosa dobbiamo avere fiducia per comprare il campo, cioè per dire che la storia non finisce con questo assedio, fosse pure drammatico com’è stato quello dei mesi scorsi? Fiducia significa fiducia in Dio; questo riferimento all’amore di Dio e alla rivelazione di Gesù mi sembra che sia determinante, così come penso siano fondamentali la fiducia negli altri, il riconoscere che l’altro non va pregiudizialmente ritenuto un pericolo o una minaccia e la persuasione  di essere realmente capaci di affrontare le sfide del presente. Investire sulla fiducia, cioè fondare il nostro sguardo su questo atteggiamento, ritengo sia la condizione imprescindibile e necessaria per ripartire.

Non possiamo dimenticare che quest’anno la festa del primo maggio verrà  festeggiata in un Paese, il nostro, duramente messo alla prova. Per molti lavoratori la situazione di precarietà e insicurezza è cresciuta. Come è possibile dire loro una parola di speranza che non sia retorica?

Il primo maggio quest’anno non avrà i tratti della festa, delle grandi adunate in piazza e dei grandi discorsi, magari anche polemici o accusatori. Credo, tuttavia, che il modo più giusto di celebrarlo sia anzitutto quello di prendere consapevolezza della forza che può avere la solidarietà tra i lavoratori. Più che unirsi per contrastare, opporsi a qualcuno o a qualcosa, vorrei augurare che il primo maggio sia una festa di solidarietà, un momento in cui sentirsi insieme nell’affrontare il tempo della crisi. Solidarietà vuol dire che i lavoratori devono percepire di essere tutti insieme, dai lavoratori garantiti a quelli non garantiti, dai giovani agli anziani, da quelli che sono nati in Italia a quelli venuti da altrove. La festa del lavoro non può selezionare chi ha diritto a una cosa e chi, invece, non può godere di questa solidarietà. In questo momento mi pare proprio che i lavoratori sono forti se uniti mentre se ciascuno pensa soltanto a mettere al sicuro se stesso, c’è il rischio di essere tutti più fragili.

L’organizzazione del lavoro sta cambiando radicalmente con una velocità che a volte è impressionante; è finita la grande fabbrica, si è conclusa la stagione del lavoro certo e garantito e nuove forme di occupazione si stanno profilando all’orizzonte. Penso come lo smart working abbia cambiato e cambierà gli assetti delle nostre città. Assistiamo ad un numero crescente di persone, specie giovani, che rischiano di vivere nell’ombra della precarietà e dell’incertezza. Dentro i mutamenti in atto, quali sfide le pare di intravedere?

Ci sono sfide a due livelli: domestiche e sfide planetarie. Le prime riguardano l’ambiente di riferimento della persona, il luogo in cui abita e le possibilità occupazionali che offre. Questo livello rischia di assorbire quasi tutta l’attenzione, perché ci tocca più direttamente. Rischiamo però di non percepire il tempo vissuto nella sua drammatica ma anche promettente realtà. Inviterei, piuttosto, a comprendere e ad affrontare seriamente le sfide domestiche senza dimenticare quelle sfide planetarie che il papa sempre ci ricorda. Nello specifico la sfida planetaria dell’equità, dell’ecologia integrale e della fraternità universale. Il nostro punto di vista può essere più realistico e anche più cristiano se calato all’interno di questa prospettiva capace di coniugare il locale e il particolare con l’intero mondo che cambia, con la povertà enorme che il capitalismo ha generato e che la globalizzazione ha reso quasi scontata.

Non possiamo dimenticare che per molte piccole e medie aziende  la ripartenza sarà un tempo complicato. Sarà necessario aiutare le imprese a non finire nella rete della criminalità che è già pronta ad investire. Come tenere alta la vigilanza sulla legalità?

Noi chiamiamo la vigilanza una virtù, cioè un atteggiamento abituale di pratica del bene e di attenzione perché non penetri il male. La vigilanza ha a che fare con la ragionevolezza  e con l’intelligenza, ma anche con la morale, cioè con il discernimento del bene e del male. Alla luce di questo, credo che la vigilanza nasca dalla consapevolezza che il denaro guadagnato facendo del male fa a sua volta del male. Nessuno può pensare che il denaro sporco si possa poi ripulire, non c’è nessuna azienda che si salvi perché decide di affidarsi al denaro della malavita organizzata o di altre organizzazioni criminali intenzionate ad approfittare della debolezza degli altri per fare esclusivamente i propri interessi. Chi guadagna denaro facendo del male deve vergognarsi e mi piacerebbe fosse circondato dalla disapprovazione sociale. Avere soldi non rende una persona rispettabile! Chi s’impone, chi si fa temere con la prepotenza deve vergognarsi e la resistenza a questa insidia mi pare sia frutto dell’unione di persone in grado di leggere la realtà nella sua verità. 

Sui giornali in questi giorni non si fa altro che parlare di AstraZeneca, Pfizer, Moderna o Johnson & Johnson. Eppure lei ripete che il vaccino non basta e che il mondo è troppo malato. Cosa intende dire?

Intendo dire che mi sembra di veder venir meno progressivamente la gioia di vivere e le ragioni per cui vivere. Mi pare che gli elementi costitutivi della speranza siano un po’ ingrigiti, come se fossero sotto la cenere. Non credo certo che  il vaccino dia la gioia di vivere, anche se, giustamente, bisogna prendersi cura della propria salute e di quella degli altri. Il vaccino non basta. Mi pare che il mondo sia malato non solo di questo virus ma anche di infelicità.

E’ per queste ragioni che lei continua a dire che c’è un’emergenza spirituale da riconoscere?

Sì, continuo a dirlo perché sono persuaso che l’attuale mancanza di speranza abbia proprio a che fare  con la crisi spirituale che spegne la gioia di vivere e appiattisce in una prospettiva che toglie dinamismo e voglia di futuro. Se gli adulti sono sempre lamentosi e scontenti non credo che ai giovani venga voglia di diventare grandi o di investire in progetti che non abbiano subito risultati immediati. Né tantomeno abbiano voglia di futuro e  di decisioni definitive come quella, ad esempio, di mettere al mondo bambini..

Quali segni di speranza ha intravisto in questo tempo? Ci sono storie che più l’hanno colpita o toccata?

Credo che il tema dei segni di speranza sia stato un po’ soffocato da questa ossessione, da parte degli strumenti di comunicazione, del voler parlare sempre e solo del virus, del suo diffondersi, del vaccino e della crisi economica. Peraltro, se dovessi vederli con gli occhi della comunicazione mediatica forse non sembrerebbero molti. Eppure ci sono e sono tanti. Coi miei occhi vedo gente che lavora, che in questi mesi faticosi si è impegnata ad inventarsi le modalità più praticabili: insegnanti che hanno fatto con cura e passione scuola a distanza, preti che hanno cercato di tenere unite le comunità,  lavoratori che hanno fatto funzionare la città per senso del dovere.  In questo tempo, ho personalmente incontrato, sia nella comunità cristiana che in quella civile, tante forme di onestà e di condivisione con chi è più nel bisogno. Noi dobbiamo avere motivi di stima per questa umanità che ogni giorno è segno di speranza, di fiducia e di futuro.

 

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