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A 35 anni dallo Spirito di Assisi. L’impegno dei credenti per la pace e contro l’orrore della guerra

A 35 anni dallo Spirito di Assisi. L’impegno dei credenti per la pace e contro l’orrore della guerra

[Daniele Rocchetti, delegato regionale alla vita cristiana]

Nei prossimi mesi faremo memoria dell’incontro di Assisi di Giovanni Paolo II con i rappresentanti di tutte le grandi religioni mondiali. Era il 27 ottobre del 1986. Il papa polacco, sfidando anche i timori di persone a lui vicine, riunì nella città di Francesco cinquanta esponenti delle Chiese cristiane (non solo i cattolici) e sessanta uomini e donne delle altre religioni mondiali. Tutti insieme furono protagonisti, per la prima volta nella storia, di un incontro straordinario. L’intuizione fu semplice e profonda: di fronte alla convinzione di tanti contemporanei che guardano le fedi come elementi strutturali di divisione tra gli uomini, ribadire insieme l’impegno dei credenti per la pace e contro l’orrore della guerra. Con le armi della diplomazia, certo. Ma anche con la preghiera. Disse il Papa in quell’occasione: “E’ in sé un invito fatto al mondo per prendere coscienza che esiste un’altra dimensione della pace e un altro modo di promuoverla, che non sono il risultato di trattative, di compromessi politici, economici”. La convinzione era che “la preghiera e la testimonianza dei credenti, a qualunque tradizione appartengano, può molto per la pace nel mondo“. L’appello fu ascoltato, tra l’altro, anche dal “mondo”: per un giorno intero tacquero le armi. Nel suo discorso conclusivo, Giovanni Paolo II esortava: “Continuate a vivere il messaggio della pace, continuate a vivere lo spirito di Assisi!”.  

Lo “Spirito di Assisi” ha reso quel 27 ottobre un giorno memorabile nel calendario religioso dell’umanità. Non ha cambiato la storia. Non ha cancellato i conflitti. Ha tolto però ai credenti ogni giustificazione in nome della fede. Ha imposto di togliere dai loro occhi le lenti deformate della violenza e del risentimento compiute in nome di Dio. Per ribadirlo con forza, il papa polacco rifece il gesto sedici anni dopo, sempre ad Assisi, alcuni mesi dopo l’attacco alle Torri del Gemelle. In quel periodo, il vocabolario dei potenti ritrovò parole che si pensavano perse e dimenticate per sempre. “Guerra santa” e “crociata” furono tra le più gettonate. “Mai più violenza! Mai più guerra! Mai più terrorismo! In nome di Dio ogni religione porti sulla terra giustizia e pace, perdono e vita, amore!”. Così Giovanni Paolo II concluse quella giornata. Ero presente anch’io a quell’incontro e ricordo le parole appassionate del vecchio papa: “E’ doveroso, pertanto, che le persone e le comunità religiose manifestino il più netto e radicale ripudio della violenza, di ogni violenza, a partire da quella che pretende di ammantarsi di religiosità, facendo addirittura appello alnome sacrosanto di Dio per offendere l’uomo. L’offesa dell’uomo è, in definitiva, offesa di Dio. Non v’è finalità religiosa che possa giustificare la pratica della violenza dell’uomo sull’uomo.”

 Lo “Spirito di Assisi” rappresenta la fase finale di un lungo cammino che ha visto la chiesa cattolica (a partire dal Concilio Vaticano II)  maturare la consapevolezza che “germi di verità” sono presenti in tutte le fedi religiose. Dopo il Concilio, il dialogo è il nuovo atteggiamento della Chiesa verso le religioni. Questo non significa mettere tutte le religioni sullo stesso piano. Significa però riconoscere che oggi più che mai occorre percepire che la mia “verità” deve fare i conti con la verità dell’altro e rispettarla, che la mia “unicità” deve tener presente l’unicità dell’altro.  Anzi, occorre abituarsi a considerare l’alterità come occasione di comunione, non come pretesto di scomunica e di violenza. Quale verità è mai quella che accetta di essere diffusa e propagandata dalla violenza? O nutrita dal disprezzo e dalla denigrazione del diverso? “La verità scissa dall’amore non è Dio, ma diventa un idolo che non bisogna amare né adorare”, ha scritto Pascal. Il Nuovo Testamento afferma che occorre “fare la verità nella carità” e questo significa iniziare una pratica cordiale dell’alterità che porti ad attendere e rispettare i tempi degli altri, e dunque le concezioni culturali e religiose del tempo elaborate in altre aree geografiche. Della verità, come della salvezza (e dei suoi tempi) non è padrone l’uomo, ma il Dio padre di tutti! 

 Su questa strada, grandi passi li ha percorsi convintamente papa Francesco. Il documento sulla Fratellanza umana firmato negli Emirati Arabi il 4 febbraio del 2019 insieme al Grande Imam di Al-Azhar, Ahmed Al-Tayeb, va in questa direzione. Non solo, papa Bergoglio ha ripetuto più volte che la via del dialogo con le fedi è l’espressione più profonda  della vocazione cristiana. Molto c’è da fare perché le resistenze sono fortissime.. Ma ne vale la pena. Il sentiero aperto  trentacinque anni fa da Giovanni Paolo II è l’unico possibile per raccontare al mondo che l’uomo, ogni uomo, è icona di Dio. E che la pace è il cuore di Dio e il destino degli uomini.

 

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