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J. Deridda, "Il tempo degli addii" PDF Stampa E-mail
Scritto da L. Maglio   
Friday 18 May 2007


J
aques Deridda
IL  TEMPO  DEGLI   ADDII
Ed. Mimesis, Milano 2006

(Recensione a cura di Luigi Maglio)

Nell’ottobre del 2004 moriva il filosofo Jacques Deridda, uno dei più decisi ed incisivi esponenti della cultura del sospetto ( altrimenti detta pensiero debole o  pensiero corto).
Nato in Algeria da famiglia ebraica, naturalizzato culturalmente in Francia, Deridda  aveva teorizzato il “ decostruzionismo” come metodo di rilettura di tutta la produzione del pensiero umano, scardinandone le regole di gioco: era messa in dunque la nostra capacità di percepire il “là fuori”, le cose nella loro realtà propria ed oggettiva  poiché esse “erano” e contemporaneamente “erano dette” dalla parola che le indicava.
Ora, la parola è condizionata dal tempo e dallo spazio : il che concede ad ognuno legittimamente di rileggere nel suo “hic et nunc” il reale. Nulla quindi di dato , o meglio  di dato per sempre e per tutti,  fine della immutabilità , del permanere di cose e significati. Relativismo, dunque.
Due mesi prima di morire ( sapeva di essere alla fine per un tumore) rilasciò un’intervista  apparsa su “Le Monde”.
Fra le altre cose, all’intervistatore che gli chiedeva , citando una sua opera, se a quel punto della propria esistenza si sentisse una persona che finalmente aveva imparato a vivere, rispondeva: ”...no, non ho mai imparato a vivere. Non del tutto! Imparare a vivere dovrebbe voler dire imparare a morire, a prendersi in carico , per accettarla, la mortalità assoluta ( quella senza salvezza, né risurrezione, né redenzione , né per sé, né per l’altro). Da Platone in poi, ecco l’antica ingiunzione della filosofia : filosofare è imparare a morire.
Io credo a questa verità senza obbedire ad essa. Sempre meno. Non ho imparato ad accettarla , la morte. Siamo tutti dei sopravviventi in rinvio….”.
Era necessario questo breve viaggio nel pensiero e nella personalità del filosofo per meglio inquadrare il volume cui facciamo riferimento, che , già dal titolo, dice appunto il suo inserirsi nella corrente speculativa di cui abbiam detto.
E' tuttavia  un'edizione composita, questa, ove la parte del leone la fa  lo scritto del filosofo francese riguardante il senso e la significanza dell'avvenire. E' lo spunto per rivisitare la lezione di Hegel in modo determinatamente critico, a partire dalla lettura heideggeriana. Inizialmente manco si pensava al libro autonomo: solo successivamente si è visto che  la semplice digressione iniziale era assunta a saggio vero e proprio.
Su questo tema per  qualche verso specialistico, s'innestano altri argomenti  ricorrenti del dibattito culturale contemporaneo, quali l'alterità dell'altro ( l'autore è discepolo del grande Lèvinas, il filosofo del “ volto dell'altro” come categoria etica del rapporto interpersonale, maestro dal quale più volte si staccò , mantenendo inalterata comunque la piena coscienza di filiazione  ), il dibattito sulla morte di Dio, il tema dell'abbandono e della solitudine del soggetto, il senso dell'addio, l'evento della morte e la sua dirompenza.
A seguire  un saggio di Soresi sui rapporti tra Deridda ed Hegel ed uno di Graziella Berto sul tema dell'addio : interessanti entrambi i brevissimi saggi dei due ricercatori italiani, che aiutano il lettore ad entrare nel “ retorico gioco” della prosa deriddiana , carica, come al solito , di rimandi che rischiano di spaesare il lettore.
Volume agile, in qualche pagina ‘graffiante’, provocatorio ed insieme una sorta di addio del maestro senza sconti e senza sorprese.

Ultimo aggiornamento ( Friday 18 May 2007 )
 
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