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Appunti per una storia delle Acli

 

Premessa 

Questa sintesi della storia delle Acli nazionali si avvale dello studio di Mariangela Maraviglia, Pensate per un grande compito. Le Acli dopo cinquant'anni impegnate in una nuova nascita, Aesse, Roma, e della prefazione di Giuseppe Pasini a Mariangela Maraviglia, Acli, 50 anni al servizio della Chiesa e della società italiana, San Paolo, Milano, 1996. Allo stesso libro della Maraviglia, e più precisamente all'introduzione, si rimanda il lettore per un approfondimento delle vicende delle Acli nazionali attraverso il commento della stampa italiana.

 

Introduzione 

Seguendo l'impostazione data da Giuseppe Pasini nella sua introduzione al già citato studio di Mariangela Maraviglia, nella storia delle Acli nazionali possiamo distinguere quattro fasi. Prima fase: dall'origine a tutti gli anni ‘60.Essa è caratterizzata dal superamento di un duplice clima di diffidenza: quello del mondo operaio, prevalentemente marxista, che teme l'inserimento nella vita sociale e politica del paese di una forza che potrebbe intaccare il proprio ruolo che, in quei tempi, è pressoché egemonico; quella del mondo cattolico, che vive una forte contrapposizione con la sinistra, mentre le Acli cercano, con la sinistra stessa, se non proprio un'alleanza, almeno un dialogo che rafforzi il peso comune nelle lotte operaie, per modificare le regole del gioco e sostenere le rivendicazioni della classe operaia, che vengono dalle Acli percepite come legittime anche quando lette alla luce del pensiero sociale cattolico.Caratteristico è il ruolo pre-sindacale svolto dalle Acli all'interno della Cgil nei primi anni divita. Questo ruolo è di raccolta e formazione degli operai cristiani alla militanza in un contesto non garantito, nel mezzo di un'ardua ricerca di modernizzazione del proprio bagaglio culturale. La sua utilità è evidente ai tempi della rottura sindacale (luglio 1948) perché agevola la nascita del "sindacato nuovo" - la Cisl - in senso democratico e aconfessionale. Tuttavia la nascita della Cisl pone in gioco la persistenza delle Acli, alle quali viene solo successivamente riconosciuto il ruolo di "movimento dei lavoratori cristiani" e quindi un significato ecclesiale ed un aspetto socio-politico capace di ricucire la storica frattura tra Chiesa e movimento operaio.Ne consegue uno spiccato interessamento delle Acli alla dimensione politica che, verso la metà degli anni '50, sotto la presidenza Pennazzato, si esprime in una presenza correntizia nella DC che andrà a formare anche la sinistra del partito, prima con Forze Sociali (1953) e poi con Rinnovamento Democratico (1958). Ciò porta alla ricerca di un rapporto dialettico e prioritario tra Acli e DC.La centralità dell'interesse politico da leggersi su uno sfondo propriamente religioso è al vertice degli interessi delle Acli negli anni '60Il Concilio Vaticano II valorizza la funzione dei laici nella Chiesa e la presidenza di Livio Labor attiva una serie di esperienze politiche che culminano nel Mpl (Movimento politico dei lavoratori) e portano al pluralismo politico interno all'Associazione, alla nascita di correnti e sul finire degli anni 60 le Acli si sbilanceranno decisamente sul versante del mondo del lavoro e la seconda fase, quella che passa per tutti gli anni ‘70, segna un momento di incertezza e di disorientamento. Le Acli si arricchiscono di forze nuove, soprattutto giovanili, e tende a prevalere la visione di una ricostruzione ex novo della società - sono anche gli anni dei movimenti sessantottini - e questa tensione pone un po’ in ombra il riferimento alle logiche evangeliche.La gerarchia ecclesiastica ritira il proprio consenso e persino Paolo VI, da sempre vicino alle Acli, deplora, nel giugno 1971, le scelte troppo autonome delle Acli.L'incrinatura avviene sul contenuto delle opzioni politiche, troppo vicine al linguaggio ed alle categorie marxiste di interpretazione della lotta di classe.Questo slancio, dovuto anche alle circostanze storiche post-conciliari e ad una sorta di inesperienza del mondo cattolico, che pone dei limiti alle sue capacità di riflessione, si esaurisce nel 1972, con il Congresso di Cagliari. Tuttavia non si tratta di un ritorno al passato perché le fratture con una parte del mondo cattolico sono lente da rimarginare, si tratta piuttosto della ricerca di una nuova e condivisa stabilità rispetto alla propria identità ed alla collocazione nella Chiesa e nella società e si può affermare che la terza fase, che si colloca tra gli anni ‘80 ed i primi anni ‘90, vede un forte recupero dell'ispirazione cattolica del Movimento, reso però difficile dalla diffidenza di quel mondo cattolico da cui le Acli avevano, negli anni 70, preso le distanze. I temi classici (economia, ecologia, pace, giustizia sociale, partecipazione democratica …) vengono ora trattati entro coordinate di respiro mondiale. L'attenzione è allargata ai nuovi "poveri": gli anziani, gli handicappati, gli immigrati …Basti, a questo proposito, considerare l'evoluzione che il Patronato, nato nell'ottobre del 1944 come "organo per i servizi sociali dei lavoratori", ha subito e la stretta collaborazione delle Acli con quelle componenti della Società e della Chiesa, quali la Caritas, che concepiscono la solidarietà come aiuto ai poveri ed agli emarginati per recuperare la loro autonomia, la loro dignità e dare ad essi la possibilità di partecipare, alla pari con tutti gli altri cittadini, alla costruzione della casa comune.E' in particolare la presidenza di Domenico Rosati e la presenza di padre Pio Parisi come assistente spirituale, a condurre le Acli nell'alveo dell'interessante dibattito sulla ricomposizione dell'area cattolica, promosso da padre Sorge e basato sulla distinzione netta tra ricomposizione ecclesiale e politica, la prima sostenuta, la seconda rifiutata.Le Acli avvertono anche la necessità, sin dal Congresso di Bari del 1981, di affermare l'autonomia della società civile della quale si sentono parte nella lotta per la riforma della politica. Sono, queste, anticipazioni di processi che dieci anni più tardi esploderanno. Forte è la tensione per l'associazionismo e nel 1986, ad Assisi, un Convegno Acli propone una carta della solidarietà in grado di  offrire una risposta alla crisi dello stato sociale.Queste linee di tendenza vengono sostenute anche da Giovanni Bianchi che succede a Rosati nel 1987 e si trova di fronte ad uno scenario mondiale in rapida evoluzione: disfacimento dei regimi comunisti, crisi del sistema politico italiano, crisi dello stato sociale.I cavalli di battagli di Bianchi saranno, di conseguenza: riforma del sistema politico, crescita autonoma della società civile, approfondimento della dimensione ecclesiale.Bianchi riporta le Acli al centro della vicenda ecclesiale italiana e la gerarchia ecclesiastica riconosce un evidente parallelismo delle Acli alla linea assunta dalla Cei, nel contempo, però, le Acli avviano alcune iniziative di dialogo ecumenico e di confronto ebraico-cristiano che continua tuttora in piena quarta fase: quella a noi contemporanea, che le Acli affrontano soprattutto sotto le presidenze Passuello e Bobba. La società è politicamente, socialmente ed organizzativamente, in rapida evoluzione. Oggi più che mai viene chiesto alle Acli di non perdere quella capacità di discernimento e di analisi che più volte l'hanno posta in grado di anticipare le evoluzioni sociali e quindi di essere pronta e preparata ad affrontarle. Gli anni che viviamo vedono

Ø    un cambiamento del modo di fare politica ed anche delle strutture politiche,

Ø    un cambiamento del mondo del lavoro,

Ø    la globalizzazione dei mercati,

Ø    la tendenza alle autonomie locali,

Ø     l'immigrazione, sempre più pressante, talora drammatica, spesso mal tollerata,

Ø    il diffondersi del terzo settore,

Ø    la profonda trasformazione della scuola e della sanità.  

Questi temi legati alla globalizzazione del mercato e dei relativi problemi che ci affliggono - non ultimi quelli ambientali - ed all'inserimento dell'Italia nell'Europa, che avviene in un clima di rinascita del protezionismo nazionale o culturale, in presenza di una tendenza liberista, comprensibile di fronte al fallimento del socialismo reale, ma che rischia di condurre ad uno sviluppo regolato dalle sole leggi del mercato, le quali considerano l’uomo un accidente, non un protagonista, sono stati affrontati nel corso del XXI Congresso nazionale delle Acli, aperto a Milano il 31 marzo del 2000 e concluso a Bruxelles il 2 aprile, a testimonianza della consapevolezza delle Acli di essere ormai inserite in un contesto sovranazionale ed in continua evoluzione. 

 

Le Acli nazionali dalle origini agli anni 60

Tra il 26 ed il 28 agosto 1944, nel convento di Santa Maria sopra Minerva, prendono vita le Associazioni cristiane dei lavoratori italiani (Acli).Si tratta di una data di nascita "ufficiale" in quanto la gestazione del movimento risale almeno alla firma del "patto di unità sindacale", stipulato il3 giugno del ‘44 fra le correnti, allora clandestine, cristiana, comunista e socialista, per costituire il Sindacato unitario, cioè la Confederazione generale dei lavoratori italiani (Cgil).[2] I fondatori decidono che i compiti specifici delle Acli devono essere quelli di affermare i princìpi cristiani della vita, negli ordinamenti, nella legislazione, integrando ed affiancando l'opera dei Sindacati unitari di categoria per tutto quanto esula dai compiti specifici riservati ai Sindacati stessi.[3] Promotore delle Acli è Achille Grandi (Como 1883 - Desio 1946) che è mosso dall'istanza di salvaguardare l'identità dei lavoratori cristiani, quindi il patrimonio ideale del cattolicesimo sociale, all'interno del recentemente costituito sindacato unitario. Achille Grandi è anche il primo presidente delle Acli nazionali. Nate in ambito cattolico, le Acli godono dell'appoggio della gerarchia ecclesiastica, che vede in esse uno strumento per rinnovare in senso cristiano la società ed in tal senso si esprime, l'11marzo 1945, papa Pio XII definendo le Acli come cellule dell'apostolato cristiano moderno.[4] Le Acli devono quindi svolgere un ruolo di formazione culturale e sociale congiunto ad un'esperienza concreta di iniziativa sociale. Nelle intenzioni della gerarchia ecclesiastica, le Acli potrebbero fornire, se necessario, il nucleo di lavoratori cristiani in grado di dare vita ad un nuovo sindacato caratterizzato in senso cristiano. Alla formazione delle Acli concorre attivamente l’Azione cattolica (soprattutto attraverso alcuni dei suoi dirigenti) e poi la Democrazia Cristiana e ne consegue un immediato dibattito interno (tra Acli, DC e sindacalisti cristiani) per la direzione della corrente sindacale all'interno del sindacato unitario. L'attività sindacale finisce con l'assorbire interamente Achille Grandi il quale, il 14 febbraio 1945, lascia la presidenza delle Acli nelle mani di Ferdinando Storchi, di provenienza Azione Cattolica, che il 23 febbraio assume la guida del Movimento. L'11 marzo 1945 la Santa Sede riconosce ufficialmente le Acli. Alla fine del 1945 la struttura organizzativa delle Acli appare già costituita sia dal punto di vista della presenza sul territorio (Circoli, Comitati provinciali, Organi centrali, ecc.) sia dell'inserimento nella realtà sociale (nuclei aziendali, movimenti specializzati  come il settore giovanile e il settore femminile, gruppi di categoria che riuniscono i lavoratori secondo la qualificazione personale e quindi tendono ad interpretarne le specifiche esigenze). Il Circolo è, fin dall'inizio, il centro su cui convergono i lavoratori e le relative organizzazioni; il Comitato provinciale rappresenta tutti i lavoratori cristiani ed i loro interessi nell'ambito della provincia, il Consiglio nazionale è il vertice delle organizzazioni territoriali. La presidenza Storchi si caratterizza anche per l’attenzione alla funzione pre-sindacale[5] delle Acli, che verrà confermata nel Primo Congresso nazionale Acli (Roma, 26/28 settembre 1946) dove verrà approvato lo Statuto che al primo articolo definisce le Acli come"espressione della corrente cristiana in campo sindacale"[6] Per i cattolici dell'immediato dopoguerra la risposta "cristiana" ai problemi dei lavoratori è mediana tra capitalismo e socialismo ed alternativa ad entrambi, il che porterebbe ad escludere la mediazione dialettica. La dottrina sociale cattolica si basa su tre presupposti di fondo:Ø      Netto rifiuto del capitalismo e di qualsiasi forma di collettivismo.Ø      Impegno nello Stato e nella società in funzione di un bene comune  che si basa sulla convivenza delle classi sociali.Ø      Unità politica dei cattolici. La gerarchia ecclesiastica assegna alle Acli un "assistente ecclesiastico": monsignor Civardi, riconoscendo però l'autonomia della struttura organizzativa del Movimento, che è libero di attuarla purché sia democratica. Nel 1947 le Acli contano già mezzo milione di iscritti e sono presenti in tutte le provincie italiane.La nascita dei Circoli è favorita dalla loro caratterizzazione ricreativa, oltre che dall'essere luoghi di formazione politica e sindacale. In questi primissimi anni nascono alcune delle attività specifiche che caratterizzeranno le Acli sia in senso sociale (Patronato)[7] , sia in senso politico (Movimento femminile)[8], inoltre, a seguito di una spaccatura interna alla Gioventù italiana operaia cattolica (Gioc), si costituisce Gioventù aclista.[9]Sono questi gli anni in cui si spezza l'unità sindacale ed il discorso che Pio XII tiene, il 29 giugno 1948, alle Acli indirizza i cattolici verso l'assunzione di responsabilità dirette ed autonome in campo sindacale. Sono anche gli anni della "guerra fredda", del "piano Marshall", dell'attentato a Togliatti (14 luglio 1948) ed è in questo clima nazionale di diffidenza e divisione che si svolge il  Secondo Congresso nazionale Acli (Roma, 15/18 settembre 1948).In questo Congresso, che è straordinario, nasce, con Giulio Pastore, il sindacato della Libera Cgil (LCgil) che poi, nel 1950, diventerà la Cisl.[10]I congressisti confermano Ferdinando Storchi alla presidenza e le Acli diventano il "movimento sociale dei lavoratori cristiani" ed il loro intervento in campo sindacale è limitato ad un contributo di "esperienza e di studio alle nuove libere organizzazioni sindacali". Visto il mutare del loro ruolo nel mondo del lavoro, le Acli si trovano ad affrontare un periodo di assestamento.[11] Un importante "suggerimento" viene dalla santa Sede che, tramite monsignor Giovanni Battista Montini, sostituto alla Segreteria di stato, nel settembre 1949 investe le Acli di rappresentare tutti i lavoratori cristiani e le affida la missione di essere loro guida ed orientamento. Al terzo Congresso nazionale Acli, che si tiene in Roma dal 3 al 5 novembre 1950, il presidente Storchi può, con orgoglio, presentare un movimento in netta crescita in ogni sua attività, che ha vinto "una vera e propria lotta per l'esistenza di fronte agli scettici che sorridevano, agli increduli che schernivano e che davano ad esso tutt'al più qualche mese di vita. Il programma sociale si basa su "una società cristianamente fondata sul lavoro" da realizzarsi sia con una azione diretta del movimento, tramite la sua attiva presenza come istituzione nella società, sia in modo indiretto, dai singoli aclisti che si impegnano ad agire all'interno delle strutture sociali e politiche in cui sono inseriti (sindacato, partito, amministrazioni, ecc.) sostenendo le tesi delle Acli e gli interessi specifici dei lavoratori.[12]E' un programma importante e legato ai tempi: siamo negli anni 50 e la parabola politica di De Gasperi si consuma, si è alla ricerca di nuovi equilibri politici e si accentuano gli squilibri economici e sociali. Le Acli reagiscono ripensando i modi della loro presenza nel movimento operaio e, oltre allo sviluppo della propria struttura organizzativa, si propongono di dar vita ad una serie di incontri e di convegni di studio. Il 16 novembre 1951 viene costituito l’Enaip (Ente Nazionale Acli per l’istruzione professionale) quale organismo specificamente rivolto all’istruzione professionale dei lavoratori.[13] In uno di questi incontri di studio, che si tiene a Perugia dall'1 al 5 agosto 1952, Dino Pennazzato, vice presidente, sottolinea come la complessità della molteplicità delle forme in cui il movimento operaio si esplicita - mutualismo, sindacalismo, cooperativismo, formazione politica, formazione culturale, ecc. - debba essere ricondotta ad un'unica tensione: l'espansione e l'elevazione della classe operaia Le Acli, afferma Pennazzato, operano in ogni singolo settore afferente gli interessi della classe operaia, in una visione però che riconduce ogni approccio parziale all'unità di quella società cristiana che si fonda sul valore del lavoro, come era stato affermato nel terzo Congresso nazionale. Per questo le Acli si inseriscono perfettamente in un mondo del lavoro caratterizzato dal dinamismo e dalla diversificazione degli interessi e delle necessità, oltre che delle situazioni. Le Acli hanno infatti assunto da tempo una struttura ispirata ad una visione della società che anticipa nel tempo questa trasformazione. Gli anni cinquanta sono importanti per la classe dei lavoratori che vive il nascere e lo svilupparsi di una forte contrapposizione con i datori di lavoro. Il quarto Congresso nazionale Acli si tiene a Napoli, dall'1 al 3 novembre 1953.[14]Il bilancio delle attività acliste è lusinghiero ed è agevolato da una forte presenza di parlamentari aclisti eletti nelle file della DC. Ciò lascia ben sperare per la realizzazione del tema scelto per il Congresso, che è: rispondere alle attese della classe lavoratrice. L'auspicio è la "trasformazione di tutto il movimento in scuola di formazione". Agli inizi del 1954 un'operazione finanziaria non proprio felice[15] rischia di indebolire le Acli, che vengono però sorrette dalla Santa sede, soprattutto per l'interesse di monsignor Montini, e superano il momento congiunturale. Ne consegue però il cambio di presidenza e a Ferdinando Storchi succede, nell'aprile del 1954, il vice presidente Dino Pennazzato. Dino Pennazzato è anche parlamentare e cercherà di valorizzare in quell'ambito le Acli, soprattutto sfruttando la propria presenza all'interno del Consiglio nazionale della DC dove, in quel periodo, predomina la corrente fanfaniana.   Nel 1955 le Acli compiono 10 anni e il decennale viene celebrato il primo maggio, connotando così la festa socialista del lavoro anche in senso cristiano, come testimonia l'udienza accordata da Pio XII ed il suo "forte" discorso. L'intento delle Acli, apertamente dichiarato, è però di unire, non dividere, restando fedeli ai propri princìpi che Dino Pennazzato riassume nelle tre fedeltà che tuttora ispirano le Acli:Ø      Fedeltà alla classe lavoratriceØ      Fedeltà alla democraziaØ      Fedeltà alla Chiesa In tal modo il movimento aclista ribadisce che la sua ragione di essere è la difesa dei lavoratori, che l'ispirazione del suo agire e strutturarsi è nei princìpi democratici, che i fondamenti teorici della propria azione sono sorretti, oltre che ispirati, dalla Parola di Dio e dal magistero della Chiesa.[16] L'affermazione delle tre fedeltà permette di sostenere nel quinto Congresso nazionale Acli (Bologna, 4/6 novembre 1955) che le Acli sono un gran movimento cristiano, guida della classe lavoratrice e quindi si possono porre come forza sociale alternativa al mito marxista.[17] Le Acli iniziano ora ad esprimere quella vocazione egemonica sull'intero movimento operaio, che giungerà a maturazione negli anni 60. Questa tendenza nasce in concomitanza con la grave crisi che il PCI deve affrontare, nel 1956, di fronte all'insurrezione ungherese ed all'immediata repressione sovietica, e con l'emergere dei primi fermenti autonomisti del PSI.Siamo in presenza dei primi segni di fallimento del mito marxista e ad una ricerca di nuove vie per il socialismo. Le Acli intuiscono la necessità di inserirsi in questo processo e riflettono sull'opportunità di una partecipazione esterna, come volle indicare Pio XII, oppure diretta, nella corresponsabilità e nello sviluppo dello Stato democratico. Il sesto Congresso nazionale Acli (Firenze, 1/4 novembre 1957) ha come tema centrale la: ricerca del massimo di unità tra i lavoratori, e la necessità di un'omogeneità di presenza di aclisti nella Dc per evitare le correnti interne e per poter influire con il maggior peso possibile sulle scelte nazionali operate dal partito al governo. E' la revisione dell'assunto del quarto Congresso (1953) che privilegiava la formazione politica dei dirigenti. In questi anni si apre la "seconda crisi" delle Acli, che nasce dal tentativo di diventare, all'interno del movimento dei lavoratori, una forza politica mossa dalla lettura cristiana della lotta sociale, alternativa quindi a quella marxista imperniata sul conflitto di classe e fino a quel momento egemone nel teatro delle lotte sociali. La crisi prende le mosse dal tentativo del presidente Pennazzato di dar vita, all'interno della DC, alla corrente di "Rinnovamento". Nasce così l'accusa di aver voluto creare un partito "classista" all'interno di un partito "non classista", operando quindi una spaccatura.[18]  La lacerazione non è gradita alla Gerarchia ecclesiastica che coinvolge l'Assistente ecclesiastico, monsignor Quadri, nel tentativo di comporre lo strappo[19] e si arriverà ad un documento della Cei che porrà dei precisi limiti al ruolo delle Acli: le Acli non dovranno confondersi con una corrente di partito e - ovviamente per evitare questa tentazione - viene affermata l'incompatibilità tra mandato parlamentare e funzioni direttive nel Movimento.[20] Il settimo Congresso nazionale Acli (Milano, 6/8 dicembre 1959) è segnato dalla discussione sull'incompatibilità tra le cariche acliste e quelle parlamentari. Finirà con il recepimento della direttiva Cei ma la discussione è dura  e verte su due fronti. Pennazzato guida la corrente contraria all'incompatibilità delle cariche: un cedimento in tal senso sarebbe stato lesivo dell'autonomia del movimento. Livio Labor raccoglie a sé la corrente favorevole all'incompatibilità, vista come necessaria per assicurare alle Acli una reale autonomia dalla DC. La visione di Labor vince, tuttavia viene approvata la facoltà per gli organi dirigenti di concedere "deroghe al principio".[21] Sulla base di questa possibilità di deroga, il presidente Pennazzato, che è anche parlamentare, rimane in carica con lo scopo di assicurare un passaggio non traumatico ad un nuovo presidente non parlamentare. Ciò avverrà qualche mese più tardi, il 10 aprile 1960, nel corso di un Consiglio nazionale che non poteva che essere vivace dove Ugo Piazzi (sostenitore della compatibilità tra incarichi direttivi e parlamentari) prevarrà per un solo voto (32 contro 31) su Vittorio Pozzar, vicino alle posizioni espresse dalla Cei. Anche se segnato da alcune significative iniziative, il mandato di piazzi può essere ricordato come una presidenza di transizione, che non ebbe modo di esprimere posizioni politiche incisive, anche se le occasioni politiche non mancarono. Una per tutte: il governo Tambroni, appoggiato dai voti esterni del MSI.[22] L'ottavo Congresso nazionale Acli (Bari, 8/10 dicembre 1961) porta alla presidenza Livio Labor. Da tempo attivo nelle Acli, Labor, attraverso la rivista MOC, aveva elaborato un'idea di Acli come "movimento autonomo privilegiante l'azione sociale".  Sotto la presidenza Labor si sviluppa il settore formativo e viene prefigurato uno scenario di gran riformismo sociale, che dovrebbe coinvolgere DC e Cisl e che ha per obiettivo la diffusione dei metodi democratici in ogni settore della società. Ciò non può che partire da un decentramento del potere centrale in favore delle regioni e da uno sviluppo della scuola, inteso sia come strutture che come possibilità di partecipazione. Nel nono Congresso nazionale Acli (Roma, 19/22 dicembre 1963) la linea di Labor si afferma. La presenza al Congresso di Aldo Moro, allora presidente del primo vero governo di centro-sinistra, e l'udienza concessa ai congressisti da Montini, da poco salito al soglio pontificio come Paolo VI, testimoniano del credito riacquistato dalle Acli in sede politica e religiosa.[23] Gli anni che seguono segnano l'involuzione del progetto politico di centro-sinistra, l'inizio dellla trasformazione del comunismo italiano, il rilancio dell'unità sindacale e l'evoluzione ideologica del movimento delle Acli, che al Convegno di Vallombrosa del 1965, avente per tema "Realtà e motivi del comunismo nella società italiana" vedrà Livio Labor affermare che il comunismo fornisce un risposta "errata ad interrogativi che errati non sono e che sono anche nostri", il che equivaleva a riconoscere "le giuste battaglie dei lavoratori".Fermo restando il rifiuto delle Acli al dialogo con il PCI, si apriva però la porta alla discussione di tutti quei drammi che la società italiana viveva. Tutte queste sollecitazioni fanno si che al decimo Congresso nazionale delle Acli (Roma, 3/6 novembre 1966) le Acli si schierino per una più aperta partecipazione dei lavoratori alla società democratica, rimuovendo impedimenti che sia il sindacato che la DC sono restii a riconoscere come ostacoli a tale processo. Le Acli di Livio Labor si avviano verso quel "ruolo vulcanico" che le fa sentire in grado di poter dialogare con tutti i lavoratori e perciò, negli anni seguenti, anche sotto la spinta delle sollecitazioni che arrivano dal Concilio Vaticano II e delle lotte operaie e giovanili del 1968, si inizia a parlare di libertà di voto dei cattolici[24] e di unità sindacale, raccogliendo la diffidenza del mondo politico da una parte e dei sindacati dall'altra. In quegli anni, un altro tema, oggi più che mai attuale, viene anticipato dalle Acli: sulla lettura della Populorum progressio nasce infatti l'esigenza di una "radicale revisione" dei rapporti tra società sviluppate e paesi in via di sviluppo. Queste esigenze sono i temi principali dell'undicesimo Congresso nazionale delle Acli (Torino, 19/22 giugno 1969). Questo Congresso è considerato "storico" perché vede affermarsi per gli aclisti il principio di libertà di voto e per le Acli l'autonomia di scelta rispetto ai legami politici e culturali. Cade quindi il principio del "collateralismo" ed ha via libera l'esperienza, voluta da Labor, del Movimento politico dei lavoratori, che vede riuniti aclisti, sindacalisti, i confluiti in Forze Nuove ed esponenti della sinistra democristiana. Per seguire questo progetto politico, Labor lascia la presidenza delle Acli proprio in occasione di questo Congresso.[25] 

 

 Le Acli degli anni 70 

A Livio Labor succede Emilio Gabaglio.Gli indirizzi dati dal Congresso di Torino accrescono, all'interno delle Acli, la sensibilità anticapitalista e classista, che porta ad una particolare attenzione per la metodologia marxista di interpretazione della realtà sociale. Ne consegue una certa perplessità in campo cattolico e democristiano che culmina in un intervento della Cei (2 marzo 1970, lettera del presidente della Cei, cardinale Carlo Poma) che chiede al presidente Gabaglio chiarimenti circa indirizzi che sembrano essere inconciliabili con la visione cristiana della politica e della società. Il dialogo tra la Cei e le Acli si interrompe dopo la scelta operata dalle Acli nel Convegno di Vallombrosa del 27/30 agosto 1970. [26] E' una scelta in senso socialista che viene ritenuta compatibile con la coscienza cristiana ed atta a realizzare la liberazione integrale dell'uomo. Da questo indirizzo la Gerarchia ecclesiastica prende le distanze, prima con monsignor Cesare Pagani, subentrato a monsignor Quadri come Assistente ecclesiastico, poi con la Cei, che l'8 maggio 1971 emana un duro comunicato e ritira l'Assistente ecclesiastico.[27]Particolarmente severo è PaoloVI, pur da sempre vicino alle Acli, che il 19 giugno 1971 sottolinea come gli orientamenti delle Acli le abbiano condotte fuori "dall'ambito delle associazioni per le quali la Gerarchia accorda il suo assenso".[28] Di conseguenza la Santa Sede sospende ogni contributo economico e l'uso della sede romana. Le Acli si lacerano in tre correnti interne ed il primo novembre 1971 nasce il Movimento cristiano dei lavoratori italiani (Mocli). Le tre correnti sono guidate da Pozzar (Iniziativa di base per l'unità delle Acli), Carboni e Rosati (Autonomia e l'unità delle Acli), Brenna (Autonomia delle Acli per l'unità della classe operaia). Il dodicesimo Congresso nazionale delle Acli (Cagliari, 13/16 aprile 1972) conferma alla presidenza Gabaglio e modifica i primi due articoli dello Statuto rendendoli conformi al reale volto del Movimento.[29]Nel 1972 finisce l'esperienza politica del Mpl di Livio Labor ed il confronto interno alle Acli porta, il 5 novembre, alle dimissioni di Emilio Gabaglio ed alla presidenza di Marino Carboni. Marino Carboni si impegna nel creare un'immagine di Acli più "neutre", come "luogo di incontro e di  confronto" tra forze di diversa ispirazione. Dall'opzione per la "scelta di classe" si passa gradatamente a quella di "linea egualitaria delle riforme".[30] Un momento di forte tensione si ha in occasione del referendum sull'aborto. Le Acli indicano di votare secondo coscienza, Gioventù Aclista si schiera per il "no" e si arriva ad una vera e propria rottura tra il movimento "giovanile" e quello "adulto". Nel tredicesimo Congresso nazionale delle Acli (Firenze, 10/13 aprile 1975) Marino Carboni è confermato alla presidenza, anche in virtù della sua dimostrata capacità di ricompattare il Movimento. Il calo elettorale della DC e l'avanzata del PCI spingono le Acli sempre più verso il pluralismo delle scelte politiche in ambito cattolico. Ne consegue che la richiesta di chiarimento da parte della Cei diviene sempre più pressante, tuttavia si arriva, nel 1976) ad una svolta risolutiva con la nomina di padre Pio Parisi ad Assistente ecclesiastico. Marino Carboni si candida a senatore nelle liste della DC ed il 30 maggio 1976 gli subentra, alla presidenza delle Acli, Domenico Rosati, già vicepresidente. Il quattordicesimo Congresso nazionale delle Acli (Bologna, 15/19 giugno 1978) si svolge nel pieno degli "anni di piombo" e vede la definitiva ricomposizione delle correnti interne alle Acli ed il ripristino dei buoni rapporti con la DC, anch'essa avviata ad un rinnovamento, sotto la guida di Benigno Zaccagnini. Negli anni successivi, che vedono il nascere dell'intesa DC - PSI, le Acli rafforzano la propria identità, che le pone fuori delle logiche di partito e le propone come polo di riferimento e di orientamento morale, culturale e sociale.La centralità della società civile è vista come l'elemento essenziale di rigenerazione della politica. 

 

Dagli anni 80 ai primi anni 90 

Il quindicesimo Congresso nazionale delle Acli (Bari, 7/10 dicembre 1981) vede il ritorno della piena sintonia tra Acli e Gioventù Aclista, che sviluppano in comune il tema della costruzione di un movimento della società civile per la riforma della politica, che si muove lungo le direttrici della pace, del disarmo, della pianificazione globale, della diffusione dei poteri. Temi ancora oggi attuali perché irrisolti, dei quali in quei tempi si iniziava ad avere sensibilità e verso i quali le Acli già da tempo avevano mostrato interesse.[31] Il sedicesimo Congresso nazionale delle Acli (Roma, 24/27 gennaio 1985) vede le Acli in pieno recupero del credito esterno. Le tre indicazioni congressuali sono: pace - lavoro - democrazia.E' evidente come queste affermazioni pongano le Acli controcorrente rispetto alle sottili logiche partitocratiche ed agli egoismi sociali che in quegli anni sono in pieno sviluppo ed oggi sono più che mai imperanti.[32] In quanto eletto parlamentare nelle liste della DC, il 12 maggio 1987, Domenico Rosati si dimette dalla presidenza e gli subentra, il 31 maggio, Giovanni Bianchi[33] il quale al diciassettesimo Congresso nazionale delle Acli (Milano, 30 gennaio-2 febbraio 1988) viene riconfermato alla presidenza. Le Acli ora si trovano ad affrontare cambiamenti di notevole rilevanza sia sul piano nazionale che sullo scenario mondiale:Ø      Disfacimento dei regimi comunisti.Ø      La crisi del sistema politico italiano (il primato dei partiti entra in crisi ed emergono nuovi soggetti politici e ciò rende necessarie nuove regole del gioco che conducano ad un'alternanza politica serenamente vissuta).Ø      La crisi dello stato sociale, cioè di una delle più importanti conquiste delle lotte dei lavoratori. Si sta costituendo una nuova società e si sta formando un nuovo modo di fare politica. Le Acli devono quindi favorire la formazione di una nuova cittadinanza sociale che sappia guardare al futuro riprendendo e sviluppando i grandi temi del passato. La presidenza Bianchi si caratterizza anche per l'approfondimento del pensiero di don Sturzo, soprattutto per la sua attenzione al pluralismo ed alle autonomie. V'è anche molta attenzione per l'associazionismo che viene valorizzato perché in grado di mediare tra il ruolo (dirigente) dello Stato ed i limiti (egoistici) del mercato. Le Acli per Giovanni bianchi devono essere una sorta di "lobby democratica e popolare". Quindi un gruppo omogeneo per formazione, retto dalle regole della democrazia, formato dalla base della società civile ed al servizio di tutti i cittadini. Attivo, quindi, non per interessi di parte, ed infatti il concetto di lobby è molto allargato, ed attento a salvaguardare tutti quei cittadini che si trovano stretti tra la morsa del dirigismo statale e dell'egoismo del mercato, tenendo conto che il primo è necessario per frenare l'anarchia del secondo e la sua insensibilità ai valori espressi dalla persona, ridotta al ruolo di consumatore di beni materiali.[34] L'iniziativa delle Acli si sviluppa secondo tre versanti:Ø      Riforma del sistema politico attraverso il rilancio del cattolicesimo sociale e democratico e le riforme istituzionali.Ø      Crescita autonoma della società civile con la promozione dell'associazionismo e con l'impegno nelle battaglie democratiche.Ø      Approfondimento della dimensione ecclesiale, che viene esaltata in occasione del diciottesimo Congresso nazionale delle Acli ( Roma, 4/8 dicembre 1991), che ha il suo momento culminante nell'udienza che il Santo Padre concede a 10.000 aclisti. Questa udienza segna il punto di arrivo di una costante ricerca religiosa che negli ultimi anni, guidata da padre Pio Parisi, viene, con Giovanni Bianchi, particolarmente valorizzata.[35] Il diciannovesimo Congresso nazionale delle Acli (Chianciano, 8/11 dicembre 1993) è straordinario e vuole aprire un "biennio costituente", rifondativo.E' anche un Congresso di riflessione sulla storia delle Acli e sulla necessità di saper guardare alle nuove condizioni storiche rimanendo fedeli alle tre fedeltà: classe lavoratrice, Chiesa, democrazia, affermate da Dino Pennazzato il primo maggio di quarant'anni prima.Nella sua riflessione, il presidente Giovanni Bianchi avverte la novità di una crisi che colpisce strati sociali che avevano superato le antiche fratture ma che ora ritornano a dare forti segnali di dissenso e di inquietudine. La crisi è politica: si cerca il confronto tra un riformismo di centro ed uno di destra e si rischia invece una involuzione in senso antidemocratico, derivante dalla radicalizzazione di posizioni populistiche e neo-autoritarie. Ciò coincide con la scomparsa dalla scena politica di alcuni partiti e dall'incapacità degli altri, legati alla storia della prima Repubblica, di avere in se stessi forze e capacità programmatica sufficienti per affrontare la situazione. Dai governi di coalizione, che legittimano le forze politiche all'interno della democrazia, si passa ai "cartelli" e lo scontro si sposta dai partiti al paese. In questa nuova sede, che coinvolge le singole persone, non c'è più disponibilità a correre ragionevoli rischi a favore della solidarietà. Occorre formare, quindi, un ampio cartello democratico e progressista, nella nuova democrazia bipolare, nel quale collocare una originale ed autonoma presenza organizzata cattolico-democratica. Il ruolo delle Acli? Ricostituirsi come un grande villaggio, in cui il modello associativo sia quello dell'ospitalità, della relazione, della comunicazione. Lavorare quindi per evitare la distruzione delle basi democratiche della convivenza civile. Questo obiettivi conferiscono il carattere di straordinarietà a questo diciannovesimo Congresso delle Acli nazionali.    Con Giovanni Bianchi alla presidenza, le Acli entrano in quella che potremmo definire la “quarta fase”, che è a noi contemporanea. La società è politicamente, socialmente ed organizzativamente, in rapida evoluzione e più che mai viene chiesto alle Acli di non perdere quella capacità di discernimento e di analisi che più volte l'hanno posta in grado di anticipare le evoluzioni sociali e quindi di essere pronta e preparata ad affrontarle. Sono anni che vedono un cambiamento del modo di fare politica ed anche delle strutture politiche. Dal partito dirigista e controllore, che però lavorava, anche se si può discutere su metodi e risultati, per il bene comune, si va verso movimenti spontanei, occasionali e addirittura verso forme di partito-azienda, quasi che il profitto dello Stato non sia più l'arricchimento, in senso lato, dei cittadini, ma sia quello di se stesso o di lobbies di cittadini. Pertanto c'è l'urgenza di riproporre la formazione politica, perché la crisi dei partiti ha tolto loro questo ruolo, senza che altri abbiano raccolto il testimone. C'è sia una generale regressione del linguaggio politico, ridotto a slogan di facciata privi di contenuto, sia una incapacità a leggere la storia. I revisionismi storici sono frequenti: dalla negazione dell'olocausto, all'esaltazione dei movimenti reazionari ottocenteschi e la storia viene trattata non con il rigore della ricerca scientifica ma con la passionalità e l'emotività del confronto ideologico. A ciò va posto rimedio se si vuole recuperare la serietà del dibattito e dei suoi contenuti, nonché le capacità critiche.Il mondo del lavoro è in rapida evoluzione, con la crisi, non generalizzabile,  della grande fabbrica, la parcellizzazione, la frammentazione del lavoro, il telelavoro, la necessità di una continua formazione che consenta ai lavoratori di potere rimanere costantemente inseriti nel mondo del lavoro e l'evoluzione è così rapida e diversificata che l'aggiornamento del lavoratore non può più avvenire, come un tempo, all'interno dell'azienda, ma esige di essere curato in luoghi specializzati ed in tempi dedicati, siano essi tolti al lavoro o complementari ad esso. Si fanno i conti con gli impatti, negativi e positivi, della globalizzazione dei mercati, che fa scendere i costi ma crea nuove incertezze dovute sia al trasferimento del lavoro in paesi più interessanti dal punto di vista dei costi di produzione, sia all'assorbimento, da parte dei paesi industrializzati, di forza lavoro intellettuale e specializzata, proveniente da paesi meno sviluppati e quindi disponibile a costi più appetibili. Questo è un altro fattore che spinge alla costante riconversione del lavoratore, per non parlare della sua mobilità nello spazio, che è conseguente alla migrazione del lavoro in zone che possono anche non coincidere con quelle di appartenenza del lavoratore.Alla globalizzazione dell'economia e del mercato si contrappone la tendenza alle autonomie locali, dovute al desiderio di mantenere la propria identità di fronte alla spersonalizzazione indotta dai processi di globalizzazione, ma che cela anche l'egoistico desiderio di congelare situazioni favorevoli, quando non si tratti addirittura di esaltare qualche farneticante teoria di superiorità culturale, etnica o razziale.Le frontiere si aprono e l'immigrazione è sempre più pressante, talora drammatica, spesso mal tollerata. Contrarre la disponibilità all'accoglienza porterebbe però all'isolamento ed a possibili soluzioni ben più traumatiche di un drammatico problema reale: la povertà.Il terzo settore, quello del non-profit,  avanza diversificandosi nelle esperienze con cui esso, anche in area cattolica, viene vissuto. Non va quindi perso di vista che questa organizzazione del lavoro deve essere al servizio del bene comune - è nata per questo - e non di comunità che si riuniscono a formare delle lobbies.E’ quindi opportuno ricordare che "uno dei benefici effetti dell'immergersi delle Acli nella realtà del terzo settore dovrebbe essere quello di rendere i servizi meno legati alle esigenze di carattere politico o di sottogoverno, rafforzando la proposta del movimento non attraverso contrattazioni politiche al ribasso, ma attraverso l'autorevolezza derivante dalla qualità dei servizi".[36] La scuola e la sanità sono in profonda trasformazione e lo Stato rischia di perdere gradualmente quella funzione "paterna" che gli permetteva di accompagnare e sostenere ogni cittadino dalla nascita alla morte. La concorrenza del privato può avere effetti benefici, ma il privato non può sostituirsi allo Stato, pena il rischio di limitare a pochi, scelti in base a criteri discriminanti, i servizi che prima erano di tutti ed uguali per tutti.Questi sono i temi che incombono quando, alla fine del 1993, Giovanni Bianchi si presenta come candidato alle politiche nelle file del neonato Partito Popolare Italiano, e quindi lascia la presidenza delle Acli nazionali. A lui succede, il 4 marzo 1994, Franco Passuello, già vicepresidente nazionale. Il ventesimo Congresso nazionale delle Acli (Napoli, 28/31 marzo 1996) vede le Acli inserirsi nell'alveo delle grandi sfide sociali contemporanee con la promozione di un progetto sullo sviluppo sociale fondato sulle risorse che la società civile esprime. L'esperienza del "terzo settore" è fondamentale e viene posto in rilievo come il "mutualismo popolare" ne sia la radice storica. Uno dei punti chiave della proposta delle Acli è la collaborazione tra terzo settore ed Enti locali per far nascere dal basso e crescere un "welfare municipale". A "Mutualismo municipale e welfare state municipale: una svolta di fine secolo" viene dedicato un Convegno nazionale, a Milano, dal 22 al 24 novembre 1996. Nel novembre 1998 Franco Passuello assume la guida della Segreteria Organizzativa dei Democratici della Sinistra ed a lui succede, il 29 dicembre, Luigi Bobba, già vice presidente delle Acli nazionali. Luigi Bobba guida le Acli al ventunesimo Congresso nazionale, che si tiene nell'anno giubilare ed inizia a Milano, il 31 marzo, per poi proseguire a Bruxelles l'1 ed il 2 aprile. E' il primo Congresso che si svolge all'estero e si ispira ai grandi temi del lavoro e della solidarietà, radici dell'economia civile, sulla spinta dello slogan "osare il futuro per la nuova Europa". C'è nelle Acli la consapevolezza d'essere ormai chiamate a rappresentare l'Europa, non più quella degli emigranti ma quella dei cittadini europei. L'Europa va costruita democratica e solidale, va allargata, riformata, in modo che sia realmente l'Europa dei cittadini. Le nuove tecnologie informatiche devono partire da una società fondata sulla "conoscenza" e la "new economy" deve svilupparsi in senso sociale. Nella sua relazione Luigi Bobba sottolinea cinque buone ragioni per continuare, in Europa, a fare le Acli:Ø      Una ragione d'ordine spirituale: testimoniare, senza perifrasi, che non ci si vergogna del Vangelo.Ø      Una ragione d'ordine educativo: seminare per orientare verso scopi di bene comune.Ø      Una ragione d'ordine culturale: essere sentinelle per avvistare i cambiamenti, individuare i rischi e le opportunità, segnare i percorsi da compiere.Ø      Una ragione d'ordine sociale: vivere da "mediano", cioè nel mezzo, per mediare tra l'individuo e il leader.Ø      Una ragione d'ordine esistenziale: il lavoro, che è poi la radice della missione delle Acli. La tutele e la promozione del lavoro non passano più solo per  la ridistribuzione del reddito e la protezione. Oggi passano anche attraverso un'effettiva possibilità di accesso ai saperi, alle conoscenza, alle tecnologie. Qui è necessario ricavare ampie nicchie di tempo disponibile per i lavoratori.Qual è allora il mestiere delle Acli nel terzo millennio? Fare formazione, organizzare l'azione sociale, promuovere servizi. Luigi Bobba esce da questo Congresso confermato nella carica di presidente delle Acli nazionali.

Nel quadriennio 2004 – 2008, apertosi con il XXII Congresso tenutosi a Torino, che dà anche linee precise per avviare una riorganizzazione interna ed una ridefinizione degli obiettivi politici, continua l’attenzione delle Acli per il processo avviato dalla Chiesa Cattolica per il recupero di una presenza centrale nel dibattito politico. Attenzione che non viene meno neppure con il passagio della leader ship da Luigi Bobba ad Andrea Olivero. Passaggio che avviene nel 2006 quando Luigi Bobba viene chiamato a responsabilità politiche istituzionali ed è eletto senatore alle politche nelle file del Partito Democratico.La nomina del 36enne Andrea Olivero rappresenta anche un passaggio di responsabilità ad una generazione di dirigenti più giovani, meno legati al più che trentennale dibattito politico ed ecclesiale post conciliare.Il tema congressuale del XXIII Congresso, a Roma, è “Migrare dal Novecento, abitare il presente, servire il futuro. Le Acli del XXI secolo”. Il tutto nel segno della necessità di aggiornare la cultura politica e sociale del Movimento aclista e del Paese nel suo complesso.[37]Le Acli si ripropongono come una cerniera fra passato e presente, capaci di dare una nuova anima ad una politica che si trova in una via senza uscita proprio a causa della fine delle ideologie chel’hanno sino ad allora animata e per l’incapacità di rinnovarsi. Per le Acli fondamentale è ribadire quindi la centralità della formazione per preparare nuovi quadri politici dirigenti.Per essere più efficaci le Acli riconoscono anche la necessità di operare una profonda riorganizzazione interne che conferisca loro l’agilità necessaria per operare in uno scenario politico in continua evoluzione ed animato da schemi inusueti. L’attenzione deve essere ai grandi problemi nazionali, senza più scivolare in liti su argomenti tutto sommato di non prioritaria istanza, come a volte è successo.Le Acli pertanto rivendicano e vogliono un ruolo responsabile ed autonomo che consente, forti dell’esperienza quotidiana dei loro associati, di affrontare i temi della multiculturalità, getatre le basi di una positiva convivenza far le diverse culture presenti nel paese, tenendo presente che il miglior modo di servire Dio è il servizio al fratello.Andrea Olivero nella sua relazione indica tre parole chiave: presenza, azione, cura.Presenza degli aclisti nella realtà italiana che dev’essere testimonianza del nuovo modello di evangelizzazione.Azione perché il parlare si deve coniugare con il fare, con l’azione sociale.Cura perché le Acli devono essere costantemente attente ai problemi dei cittadini, recuperando, nel rispetto dele persone, uno stile di far politica, di agire socialmente che contrasti e combatta le degenerazioni rozze e violente che si manifestano sempre più virulente.

Ciò che va recuperato è la diemnsione della “fraternità” come metodo e come valore.

 

- NOTE -

[1] Oggi edito dalle ACLI, per gentile concessione dell’autore

[2]Il patto di unità sindacale, detto anche di Roma, fu firmato con Roma già liberata (4 giugno). Il sindacato unitario trova spiegazione nell’unanimismo del CLN, nelle meditazioni sulle divisioni del pre-fascismo, sulla paura per la situazione del nord. Non è solo la gerarchia ecclesiastica a far conto sulle Acli, o meglio sulle motivazioni che favoriscono la nascita delle Acli, per quanto a quel tempo non era prevedibile se poi le Acli avrebbero dovuto dar vita ad un proprio sindacato cristiano. Non è possibile quindi cogliere la presenza di una “regia” tra gli avvenimenti, anche se le poche persone “influenti” che se ne occuparono – a volte per molti anni – potrebbero aver avuto una loro visione in grado di guidarli a scelte coincidenti con un loro disegno. E’ opportuno anche ricordare che le Acli sorgono da un movimento sociale cattolico che risale all'800 e si sviluppa attraverso l'Opera dei Congressi (1874 - 1904), le Società di Mutuo Soccorso, i Sindacati italiani cristiani, fino alla Confederazione italiana dei lavoratori (1918 - 1925), si interrompe con il Fascismo e si ripropone poi, alla caduta della dittatura, sotto varie forme, tra cui le Acli.

[3] Cfr. il primo Statuto delle Acli che all'articolo 1 così recita: Le Associazioni Cristiane dei Lavoratori Italiani (A.C.L.I.) sono l'espressione della corrente cristiana in campo sindacale. Esse raggruppano coloro che, nell'applicazione della dottrina del Cristianesimo secondo l'insegnamento della Chiesa, ravvisano il fondamento e la condizione di un rinnovato ordinamento sociale in cui sia assicurato secondo giustizia il riconoscimento dei diritti e la soddisfazione delle esigenze materiali e spirituali dei lavoratori. Le Associazioni intendono pertanto promuovere l'affermazione dei princìpi  cristiani nella vita, negli ordinamenti, nella legislazione, integrando l'opera delle organizzazioni sindacali unitarie per tutto quanto esula dai compiti specifici riservati ai sindacati, ai quali intendono assicurare la completa e la più efficace partecipazione dei lavoratori cristiani.

[4] Le Acli si distinguono dalle altre associazioni cattoliche che in quel periodo si dividevano in:

Ø       Organizzazioni di Azione Cattolica, finalizzate a scopi religiosi e con stretti vincoli di dipendenza dalla gerarchia ecclesiastica.

Ø       Organizzazioni sociali, formative, assistenziali, esenti da funzioni religiosa in senso stretto.

Ø       Partiti politici ispirati alla "dottrina sociale cattolica".

Le Acli si collocherebbero nel secondo raggruppamento se la definizione di Pio XII non ne facesse, oltre a delle "cellule dell'apostolato cristiano moderno, anche dei "centri di vita spirituale che, riccamente alimentata da Sacramenti, espone i suoi benefici frutti nelle parole e negli atti di una mutua carità veramente evangelica".

[5] Storchi intende affermare che Acli sono l'espressione della corrente cristiana nel campo sindacale e pertanto il ruolo essenziale delle Acli è l'azione formativa religiosa che sosterrà i lavoratori nell'azione sindacale. La corrente sindacale cristiana non fu mai esclusivamente appannaggio delle Acli ma ebbe una conduzione almeno a tre mani: le Acli si occuparono del proselitismo e della formazione, la DC dell'indirizzo politico, con l'aiuto del Gruppo dirigente la corrente sindacale cristiana, guidato prima da Achille Grandi e poi da Giulio Pastore. Del tutto scarsa fu pertanto, in quegli anni, l'influenza politica delle Acli. La funzione pre-sindacale costituisce quindi una difesa dall’indottrinamento marxista e contribuisce a tenere in vita la corrente sindacale cristiana.

[6] Cfr. il testo dell'Articolo 1 del primo statuto , riportato alla nota 3.

[7] Cfr. Pasini, cit., pag. 94. "L'assistenza sociale ed i servizi giuridici, che costituiscono l'essenza della funzione di un Patronato, pongono il lavoratore nello stato di piena capacità giuridica di salvaguardare le proprie conquiste sociali e di svolgere azioni amministrative e giudiziarie per ottenere quanto gli è dovuto in base o a legge o a contratto. Senza di ciò egli non esce da uno stato di inferiorità". Questa è l'intuizione delle Acli che alla fine del 1944, precedendo ogni altra iniziativa, costituiscono il Patronato. Bisognerà però attendere il DL 804 del 29 luglio 1947 perché venga riconosciuto l'ordinamento giuridico dei patronati e venga ad essi data una regolamentazione basata sul principio della libertà dell'assistenza spezzando così le pretese del sindacato di monopolizzare il settore dell'assistenza. Il lancio e lo sviluppo del patronato Acli è favorito anche dall'interesse della Santa Sede e, sia pure tra difficoltà, non solo finanziarie ma anche logistiche, nel 1947 esso è presente su tutto il territorio nazionale ed anche in quei paesi stranieri dove più numerosi sono i lavoratori italiani da proteggere. Il patronato ACLI inizia la sua attività il 1 marzo 1945. Primo presidente è Giulio Pastore. La nascita del patronato Acli viene criticata dai sindacalisti delle correnti socialista e comunista del  sindacato unitario, che sostengono l’inutilità del nuovo ente in quanto i lavoratori sono già serviti dall’ente  di assistenza nato in seno alla CGIL . Tuttavia Di Vittorio evidenziò i vantaggi che potevano sorgere dalla gara di emulazione tra i due organismi: le ACLI e le camere confederali. La prima sede del Patronato ACLI è in via Aracoeli 3, nella sede delle ACLI. Alla fine del 1945 il Patronato ACLI aveva sedi nella maggior parte delle province e centinaia di segretariati nei comuni e nella parrocchie . Un primo riconoscimento giuridico viene dal Ministero del lavoro il 7 marzo 1945, con una nota che abilita il patronato ACLI all’esercizio dell’assistenza . Bisognerà però attendere il DL del 29 luglio 1947 perché gli istituti di patronato ricevano un ordinamento giudico e regole per il loro funzionamento, fondate sul principio della “libertà dell’assistenza”. Il ritardo della legge è dovuto allo scontro parlamentare tra assertori del monopolio assistenziale (soprattutto socialisti e comunisti )e fautori liberismo(tra di essi, i cattolici) e solo con l’uscita delle sinistre dal governo, la legge passa (IV governo De Gasperi, monocolore DC). Il patronato ACLI si sviluppa presto, in strutture ed in personale specializzato, ed è sostenuto finanziariamente sia dal governo che dalla Gerarchia ecclesiastica, i quali non potevano essere insensibili di fronte alle 61 sezioni provinciali attive nel maggio 1946, con 2800 segretariati, come Monsignor Civardi  ricordava  in una lettera a De Gasperi in cui veniva anche sottolineata l’azione svolta nel settore dell’emigrazione. Ed infatti il patronato svolge ben presto opere di assistenza ai lavoratori italiani emigrati all’estero, tanto che alla fine di1947 ci sono 18 segretari locali ed un centinaio di corrispondenti sparsi in Francia , Belgio, Svizzera, Inghilterra , Argentina, Africa.  

[8]  Tra le attività specifiche delle Acli di rilevante importanza è il Movimento femminile, che non nasce a lato di quello maschile in quanto l'idea è di far esistere un movimento unico al quale donne ed uomini partecipano con parità di diritti. Ed infatti il primo statuto delle ACLI prevede per le donne un posto rilevante, soprattutto se si tiene conto che a quell’epoca la stragrande maggioranza delle donne acliste sono di estrazione operaia, e il livello culturale non era certo tale da favorirne l’inserimento negli organismi direttivi. Ciò non impedisce al Movimento femminile di avviare una serie di iniziative e di  disporre di un ufficio che già nel 1945 (11 - 15 agosto) è in grado di organizzare un "Convegno nazionale per il lavoro femminile", progetto che, a pochi mesi dalla fine della guerra, era una scommessa, se non altro sul piano logistico per la difficoltà di riunire a Roma donne che provenivano da ogni parte d'Italia. Questo convegno è importante anche per il discorso di Pio XII sul tema dell'unità sindacale, che i cattolici venivano invitati a vivere con molta attenzione. Pio XII in quell'occasione ha toni meno entusiasti di quelli mostrati nel marzo precedente, quando l'adesione dei cattolici al sindacato unico era vista più in proiezione dell'interesse dei lavoratori che non delle rinunzie inevitabili cui i cattolici andavano incontro per realizzare questo obiettivo. Probabilmente il diverso atteggiamento della Santa Sede è ora influenzato dalla massiccia presenza delle sinistre nel sindacato unico (cfr. Pasini, Le Acli delle origini, pag.81).

Fortunatamente si ha una rapida evoluzione del mondo culturale femminile e verso gli anni ’60 le donne delle ACLI sono sufficientemente inserite nelle strutture del Movimento e possono dare vita ad un Ufficio Lavoratrici che opera a livello nazionale, regionale e provinciale. Questa prima esperienza è però deludente perché non viene appoggiata dalla militanza di base e la rappresentanza all’interno del Movimento risulta debole.In seguito viene deciso di dare vita ai gruppi donne ACLI, estendendoli a tutto il Movimento e vengono introdotte nello statuto alcune norme a proposito, che rappresentano dei punti fermi, tutt’oggi vigenti. Attualmente i gruppi Donne Acli hanno lasciato posto ai Coordinamenti Donne e tutti questi cambiamenti sono avvenuti anche grazie alla legge sulle Pari Opportunità .Questo appello alle pari  opportunità non ha vuole però essere una rivendicazione  ma una crescita di consapevolezza e di responsabilità all’interno del Movimento. Il 9/2/1988, a seguito dell’approvazione del nuovo statuto Acli del 9 gennaio 86, il presidente provinciale, Lorenzo Cantù, segnala i membri di diritto del costituendo Coordinamento Donne ed il 16 febbraio viene indetta una riunione per la formazione della Commissione per il Coordinamento Donne.Varie sono le iniziative promosse dal Coordinamento Donne delle Acli e ne ricordiamo alcune delle prime:v      1988-89Ø       Partecipazione al convegno “Donne nella politica e nel sociale”Ø       Articolo sul Giornale dei Lavoratori di C. Dell’Orto sul tema “Le donne da problema a risorse per una nuova speranza nella società”.Ø       30/9-1/10/1989 Assemblea Nazionale Coordinamento Donne e nomina della presidente: M. Marchetti, vice presidente L. Bassanello, segretaria : E. Gennari.v      1990Ø       Articolo di Marisa Marchetti: “Voglia di essere presente”Ø       incontro sul tema “Anche le donne meritano una piena e attiva cittadinanza politica”.v      1991/92Ø       partecipazione al Convegno Regionale Donne “Nessuno escluso: percorso  tra famiglia – movimento - società”.v      1993/94Ø       8 marzo 93 presso il circolo O.Romero incontro  per la presentazione degli incontri formativi:§         ottobre 93: donne e chiesa.§         febbraio – marzo 94: donne e politica§         17/10/93: assemblea con Maria Clapis ed incontro sull’enciclica “Mulieris Dignitatem” con il commento di A.Sozzi del gruppo Promozione Donna.§         22/01/94: partecipazione al Convegno Donne Acli Lombardia “Donne protagoniste e luoghi di vita: famiglia, lavoro e società”.

[9] La fondazione di Gioventù Aclista è tormentata ma profondamente voluta dalle Acli, che sin dai primi tempi hanno la convinzione che i giovani sarebbero stati una vera classe dirigente alternativa a quella in carica solo se si fosse curata, in spazi specifici e nell'unitarietà della classe operaia, la loro preparazione morale oltre che sociale. L'esperimento di creare in ambito Azione Cattolica un settore giovanile operaio (Gioc: Gioventù italiana operaia cattolica) che dopo essere stato formato in sede Azione Cattolica, precisamente nella Giac (Gioventù italiana d'Azione Cattolica) accedesse poi alle Acli, fallisce perché di fatto avrebbe introdotto nelle Acli una presenza di AC che suonava lesiva dell'autonomia delle Acli. Le Acli procedono quindi per la propria strada, prima nominando un delegato giovanile (Lorenzo Silipigni) nel gennaio 1946, poi fondando un proprio movimento giovanile (novembre 1947) e cioè Gioventù Aclista, che, soprattutto negli anni ’60 – ’70 svolgerà un importante ruolo nel dibattito interno alle Acli.

[10] La mozione per un "sindacato libero e autonomo" vince a larghissima maggioranza (540.000 voti contro i 40.000 della mozione proponente un "sindacato cristiano" ed i 1.000 voti di quella che sosteneva un "sindacato federativo").

La stampa "indipendente" vide favorevolmente la nascita di questo sindacato, di cui sottolineava il carattere non confessionale ed anticomunista (cfr. Silvio Negro, Nascita del Sindacato libero, Corriere della Sera, 19 settembre 1948).

[11] Questo Congresso viene commentato da Luca Pavolini, su l'Unità del 16 settembre, con l'articolo "Le Acli figlie dell'A.C.", che testimonia della diffidenza con cui il mondo della sinistra italiana guardava alla nascita del movimento cristiano delle Acli.

[12] Le Acli chiariscono che il ruolo dell'Associazione è di orientare ed interpretare la politica sociale: scegliendo soluzioni ed uomini confacenti gli interessi dei lavoratori ed orientando l'opinione pubblica; stimolando i partiti; inserendo i lavoratori in posti di pubblica responsabilità; orientando le attività istituzionali dei propri iscritti; promuovendo l'inserimento e l'attiva presenza degli aclisti nella DC.

[13] Le tracce di questa genesi vanno ricercate nel 1° Congresso Acli (novembre 1946) dove era stata annunciata la costituzione del Caip (Centro Acli per l’Istruzione Professionale). Il Caip assume presto una dimensione nazionale trasformandosi in Cnaip e si inizia a parlare di corsi per disoccupati, corsi normali, cantieri di lavoro, corsi per apprendisti, ecc. Il bilancio delle attività formative professionali è lusinghiero già nel 1950: 708 corsi normali con 26335 allievi; 572 corsi di riqualificazione per 18743 disoccupati; 937 corsi di scuola popolare con 23752 allievi. Tre anni dopo, nel 1953, l’attività si era sviluppata fino a registrare 9656 corsi e 318 cantieri di lavoro con ben 265000 partecipanti. Nascono così i primi 6 centri di addestramento professionale e si esce dalla fase costituente e si entra in quella consolidata dell’Enaip. L’importanza assunta dall’Enaip è testimoniata anche da una comunicazione del 1953 di monsignor Montini, allora Segretario di stato, in cui si assicura ogni possibile assistenza, guida ed aiuto all’Enaip che opera “in un campo in cui, oltre ai valori morali e religiosi, occorra portare anche un contributo di competenza e di specializzazione”.

[14] E' in questi anni che nelle Acli milanesi e lombarde si va elaborando "una concezione della problematica del movimento operaio in senso classista", posizione che suscita un'accesa polemica con la Presidenza nazionale, la Gerarchia ecclesiastica e le altre forze cattoliche. La Presidenza nazionale stessa finirà per riconoscere, in un Convegno a Perugia che precede il quarto Congresso nazionale, che il confronto con il marxismo deve essere visto all'interno del movimento operaio, che è considerato come un processo unitario di emancipazione dal capitalismo.

[15] Cfr. Domenico Rosati, L'incudine e la croce - mezzo secolo di Acli, Sonda, Torino. A pag. 80, Rosati ricorda che "all'inizio del 1954 il presidente Storchi, appena rieletto, abbandona l'incarico. Motivi di salute, si legge nei comunicati. Ma si tratta d'altro. L'amministratore dell'epoca, Ignazio Cuchel, ha compiuto un'operazione finanziaria sbagliata: ha acquistato dalla Marzotto una ingente partita di cappotti e giacche da uomo e da donna, da vendere nei circoli Acli. Sono di buona qualità, ma tutti drammaticamente uguali: tessuto spinato con  tonalità sul grigio e sul marrone. Gli aclisti, e le acliste, evidentemente poco disposti alle … uniformi, non comprano e le Acli non rientrano nella spesa. Il creditore protesta  e minaccia denunce per truffa ed altro. Il salvataggio è opera di Monsignor Montini che attiva tutte le risorse comprese, secondo la testimonianza di Andreotti, quella politica. Ma le condizioni sono drastiche: anche se incolpevole, il residente va cambiato e così l'Assistente, Monsignor Luigi Civardi, che intanto viene affiancato da un "Pro Assistente" nella persona di Monsignor Santo Quadri e sarà presto proclamato "emerito" e confinato nel limbo dei canonici vaticani. Per diventare vescovo, Monsignor Civardi dovrà attendere papa Giovanni. Quanto all'aspetto finanziario, si dispone che il bilancio delle Acli, che contiene un contributo della Santa sede, sia visitato annualmente da un responsabile delle "Opere di religione" (lo IOR, ndr.). Sarà così fino al 1971, quando verrà abolito il contributo”.

[16] L'ortodossia delle Acli è ampiamente dimostrata dalla stampa "cattolica" del tempo. Cfr. i seguenti articoli:

Ø       Il Popolo, 1 maggio 1955, Concreta presenza dell'ispirazione cristiana per il progresso della classe lavoratrice.

Ø       A. Brucculeri S.J., Il decennale delle Acli, in "La Civiltà Cattolica", 19 novembre 1955.

La stampa "indipendente" invece da tempo lamenta una deformazione in senso "marxista" delle Acli, come si esprime, nel giugno 1954, dalle pagine del padronale "Il Giornale d'Italia", don Sturzo. Questo slittamento verso sinistra, questo interesse per l'analisi marxiana della storia, condurrebbe, secondo don Sturzo, ad una visione monoclassista del proprio impegno politico. Cfr L. Sturzo, Cattolici e marxisti, Il Giornale d'Italia, cit.

[17] La sinistra risponde a questa sfida sostenendo l'unicità della lotta di classe come motore della storia e rifiutando valore al solidarismo cattolico. Cfr. Concetto Marchesi, Problematica culturale, L'Unità, 12 novembre 1955.

Se la diffidenza da parte della sinistra comunista perdura, in questo periodo si possono notare le prime aperture della sinistra socialista, anche per mezzo dell'autorevole voce di Pietro Nenni (Cfr. Voce dal sen fuggita, Avanti, 6 novembre 1955). Nenni vede con interesse "l'aspirazione ambiziosa delle Acli a qualificarsi come movimento guida della classe lavoratrice" e lascia che siano poi i fatti a determinare la maggiore o minore validità dell'ispirazione marxista e di quella cristiana.

[18] Cfr. Gianni Baget Bozzo, Azione sociale e rinnovamento politico, in "Il Quotidiano", 9 dicembre 1958.

Gli attacchi arrivano anche dalla stampa "indipendente" (Cfr. Piero Gentili, articoli sul Corriere della Sera, in data 12 dicembre, 30 dicembre 1958 e 4 gennaio 1959). Piero Gentili lamenta che le Acli, nate per finalità religiose, svolgano un'attività politica, che loro non compete, all'interno della DC e finiscano per formare un partito nel partito.

Pronta nella difesa delle Acli dalle accuse di "classismo" sarà, sin dalla propria nascita, la rivista dei gesuiti milanesi, Aggiornamenti Sociali. (Cfr. padre Mario castelli S.J., Nuova e vecchia polemica sul movimento aclista, Aggiornamenti Sociali, 19 novembre 1955).

[19] Monsignor Quadri presenta, in una lettera ai vescovi, le Acli come una "scuola di formazione religiosa e sociale … centro e sostegno dell'iniziativa sociale dei lavoratori cristiani … organizzazione dei servizi sociali sul territorio". Nella lettera si parla di "vantaggi" e "pericoli" di questa azione sociale. Tra i vantaggi troviamo: l'educazione di chi compie l'azione sociale, il superamento del classismo e del settorialismo, la maggior comprensione tra Chiesa e movimento dei lavoratori, una possibile alternativa sociale al socialismo. Tra gli svantaggi, monsignor Quadri avverte il rischio di legare il cristianesimo a realtà materiali e sociali e di coinvolgere la Chiesa nell'ordine temporale, distraendola dalla dimensione spirituale.

[20] Lo Statuto del VI Congresso nazionale all'art.30 ribadisce che "le cariche esecutive del movimento, centrali, regionali e provinciali sono incompatibili con le cariche esecutive sindacali e politiche di ugual grado. Le cariche esecutive del movimento sono incompatibili con le cariche di governo. Il problema della incompatibilità delle cariche ha radici lontane, tanto che già il 17 maggio 1952 il Consiglio Provinciale milanese delle Acli aveva approvato all’unanimità una proposta secondo la quale – naturalmente nei limiti della provincia di Milano e per le legislature a venire – l’aclista candidato alle elezioni politiche che fosse riuscito ad ottenere un mandato parlamentare, era automaticamente dimissionario dalle cariche che ricopriva nelle Acli (cfr. “Il Giornale dei Lavoratori”, anno VIII, n.49, 11 dicembre 1952).

[21] Lo Statuto del VII Congresso nazionale integra l'articolo 30 con le parole riportate i grassetto: "le cariche esecutive del movimento, centrali, regionali e provinciali sono incompatibili con le cariche esecutive sindacali e politiche di ugual grado e di grado superiore. Le cariche esecutive del movimento sono incompatibili con le cariche di governo e con il mandato parlamentare. Deroghe alle norme relative all'incompatibilità col mandato parlamentare sono decise dagli organi deliberativi interessati e - quando si tratti di organi provinciali o regionali - sono ratificate dal Consiglio Nazionale.

[22] Ci fu in realtà una presa di posizione per condannare la radicalizzazione della lotta e di critica nei confronti sia dei dirigenti MSI, per la scelta provocatoria del luogo del Congresso (Genova, 2/4 luglio 1960), sia dei comunisti, accusati di voler sostituire l'azione di piazza alla legittimità delle prerogative parlamentari. Alcune presidenze provinciali furono però più accorte nel rilevare la vera causa politica del disagio, cioè l'appoggio, sia pure esterno, dei neofascisti al monocolore DC governato da Tambroni.

[23] Paolo VI sottolinea, in quell'occasione, come le Acli abbiano stabilito una "testimonianza religiosa nel campo sociale, formazione della coscienza e della cultura cristiana appropriate alle classi lavoratrici, promozione dei legittimi interessi delle classi lavoratrici". In un suo precedente messaggio al Convegno nazionale di studio delle Acli, del 6 ottobre 1963, in Roma, sul tema "La missione italiana dell'educazione e della formazione professionale", Paolo VI aveva riconosciuto alle Acli un merito grande per "aver dato origine ad una vasta e promettente rete di scuole professionali, istituite con audacia e con amore ammirabili, gestite con serietà e tenacia non meno commendevoli, e adattate a bisogni scoperti e impellenti". E il santo padre sottolineava come lui stesso avesse "visto da vicino, durante il Nostro ministero pastorale a Milano, esperimenti di questo genere (e che) veramente le Acli in tale sforzo danno prova di fedeltà al loro programma e di capacità di saperlo degnamente attuare".

Significativo, anche se in ritardo di un anno e mezzo, è l'articolo di Raimondo Manzini sull'Osservatore Romano, di cui è direttore, del 9 maggio 1965: "Fiducia nelle Acli".

Interesse per le posizioni espresse da Labor anche, e da tempo, da parte del PCI (Cfr. L. Pieratozzi, Acli maggiorenni?, Rinascita, 28 dicembre 1963).

[24] La DC viene vista rappresentare una linea di tendenza unitaria di una gran parte dei cattolici democratici ma non, di fatto, l'unità di tutti coloro che ritengono di essere cattolici. Di qui l'esortazione alla DC di qualificarsi su "scelte non più genericamente programmatiche ma fondate su obiettivi, metodi e strumenti di partecipazione reale, di atmosfera di dialogo aperto con le forze del lavoro, con i giovani e con le nuove classi che emergono nella società reale".

[25] L'annuncio del voto libero viene salutato con entusiasmo dalla stampa di sinistra che vede sciogliersi la contraddizione di un movimento che mentre è fortemente critico verso il capitalismo,  nello stesso tempo è politicamente legato alla DC.

 

[26] Cfr, G. De Rosa S.J., Vallombrosa '70, le Acli scelgono il socialismo, in "La Civiltà Cattolica", 17 ottobre 1970. In questo saggio l'illustre gesuita non coglie più nelle Acli lo sforzo di operare alla luce dei princìpi sociali cristiani.

[27] Cfr. Le Acli, la realtà milanese e nazionale, cit. pag. 13. Il cardinale Poma si rivolge a Gabaglio in questi termini: "La prospettiva di opinate collaborazioni e sperimentazioni; l'uso di un linguaggio, d'un sistema e d'una impostazione che risalgono a matrici inconciliabili con la visione cristiana della vita e della storia,  non possono non lasciarci perplessi e turbati, pur ammettendo, come la nostra carità pastorale e lo speciale amore che portiamo alle Acli ci inducono a fare, le migliori intenzioni ed un'ansia di giustizia autenticamente cristiana. In una parola, noi temiamo che, ad un certo momento, sia per alcune impostazioni di fondo sia per il tipo di azione che oggi le Acli tendono a svolgere, possa avvenire una sostanziale trasformazione delle caratteristiche originarie di codeste Associazioni, che non sarebbero più riconoscibili come movimento sociale dei lavoratori cristiani".

Le Acli risponderanno sostenendo che "per essere cristiani ed essere lavoratori (occorre) assumere nella sua interezza la condizione operaia … e fare quindi una scelta di classe, incarnandovi la propria testimonianza cristiana, come singoli e come gruppo."

[28] La nascita della Pastorale del Lavoro viene, a volte, posta in relazione alla crisi attraversata dalle Acli in questo periodo ed alla sconfessione da parte della Gerarchia ecclesiastica. L’argomento è stato trattato da don Raffaello Ciccone nel n.109 di “Il Foglio della Pastorale Sociale e del Lavoro di Milano”, gennaio 2001. Don Raffaello prende lo spunto da uno scritto di Sandro Antoniazzi su La Comunità Cristiane e il Lavoro (in “Il Regno”, A. XLV, n. 869, 15 novembre 2000) dove l’autore lamenta che, dopo lo strappo del 1971, il compito di formare “i militanti cristiani nel mondo del lavoro” o “dei laici cristiani adulti” sia passato alle Pastorali del Lavoro, che agendo come uno schermo tra pastori e Comunità cristiana, portano il sacerdote a parlare ai laici del lavoro, impedendo di portare all’interno della Chiesa l’esperienza dei lavoratori cristiani, compito fino ad allora svolto dalle Acli, che però non hanno più saputo riappropriarsene. Le Acli si sarebbero così ridotte ad un Ente che eroga servizi e non avrebbero più assolto quel ruolo formativo dei lavoratori in senso cristiano, senza che alcun altro movimento cattolico l’abbia saputo rilevare. A questo interrogativo di Antoniazzi, rispondono sia il presidente delle Acli milanesi, Gian Battista Armellini, sia don Raffaello. E’ vero che i primi anni ’70 videro una profonda lacerazione tra Chiesa ed Acli, ma va anche riconosciuto alle Acli lo sforzo, in tempi in cui il materialismo marxista era in auge, di essersi sempre impegnate a testimoniare il cristianesimo come forza liberante. Ciò può aver condotto a delle contraddizioni e a dei malintesi, per cui in alcune comunità ci poté essere distacco tra Chiesa ed Acli, in altre l’attività si ridusse alle sole pratiche assistenziali, in tante altre rimase vivo lo spirito formativo. Le Acli sono quindi rimaste fedeli alla funzione, essenziale, di aiutare a superare quel muro che sempre cerca di ergersi tra le masse dei lavoratori e la loro Chiesa. Oggi è difficile stabilire un legame con il mondo del lavoro. Non c’è più il movimento operaio, non c’è più quel tipo di cattolicesimo sociale e il lavoro non viene più percepito come bene della collettività. La Pastorale del Lavoro ha evidenziato il problema , tocca alle Acli risolverlo perché esse sono l’unico interlocutore del mondo cristiano con quello laico e ciò porta ad un ruolo che a volte non è condiviso dal mondo cattolico benpensante. Alla frattura che porta all’isolazionismo ed all’arroccamento, le Acli propongono al ricomposizione dell’unità e ciò può avvenire maturando con serietà ed impegno la Parola di Dio. Questa via, indicata più di venti anni fa da padre Pio Parisi, è quella oggi percorsa dalle Acli, le quali vengono a distinguersi dalla Pastorale del Lavoro perché quest’ultima ha come obiettivo di aiutare ogni credente adulto ad affrontare nella fedeltà al Signore la propria vita e quindi anche nel momento del lavoro, il cui ambiente spesso rende difficile la coerenza con le linee guida dell’Evangelo; le Acli invece, rileggendo la complessità del lavoro e della società, aiutano la Comunità cristiana a percepire le trasformazioni in atto e ad operare di conseguenza, secondo i valori comuni di solidarietà. Da corrente cristiana sindacale nel mondo del lavoro, le Acli si sono trovate ad essere una Associazione attenta e presente nel mondo del lavoro ed oggi si trovano ad essere un movimento consapevole di dover riflettere sui tempi presenti, restituendo voce ad una realtà che di sta frantumando sulla spinta delle privatizzazioni, dell’individualismo economico, del corporativismo sindacale, della diffidenza ad assumere responsabilità sociali.

[29] Tenendo come base il testo del precedente Statuto, le variazioni sono le seguenti (in grassetto le aggiunte, in barrato le elisioni):

Art. 1: Le Associazioni Cristiane dei Lavoratori Italiani (ACLI) sono il movimento sociale dei lavoratori cristiani. Esse raggruppano coloro che nell'applicazione della dottrina del Cristianesimo secondo l'isegnamento della Chiesa ravvisano il fondamento e la condizione di un rinnovato ordinamento sociale in cui sia assicurato, secondo giustizia, il riconoscimento dei diritti e la soddisfazione delle esigenze materiali e spirituali dei lavoratori. Le Associazioni intendono promuovere pertanto l'affermazione dei princìpi cristiani nella vita,negli ordinamenti, nella legislazione fondano sul Messaggio Evangelico e sull'insegnamento della Chiesa la loro azione per la promozione della classe lavoratrice e organizzano i lavoratori cristiani che intendono contribuire alla costruzione di una nuova società in cui sia assicurato, secondo giustizia, lo sviluppo integrale dell'uomo.

Art. 2: Scopi principali delel ACLI sono quindi: a) studiare i problemi che interessano i lavoratori ricercandone le soluzioni alla luce dei princìpi  sociali cristiani, per la promozione della classe lavoartrice; b) perseguire un'azione di orientamento dell'opinione pubblica e di stimolo degli organi responsabili della vita del Paese e di ogni altro organismo interessante il mondo del lavoro; c) curare la formazione religiosa e morale dei lavoratori; d) realizzare una costante opera di formazione tra i lavoratori, educandoli ed avviandoli alla piena partecipazione alla vita sociale affinché vi apportino un consapevole e determinante contributo; e) tutelare le famiglie dei lavoratori; f) perfezionare le capacità tecniche e professionali dei lavoratori; g) effettuare, attraverso il Patronato, l'assistenza sociale e previdenziale dei lavoratori; h) sviluppare, attraverso i servizi, ogni iniziativa di carattere economico, cooperativistico, ricreativo, ecc. che risponda alle aspirazioni e alle esigenze dei lavoratori e delle loro famiglie. Le ACLI, movimento educativo e sociale, operano nella propria autonoma responsabilità, attraverso ala formazione, l'azione sociale e l'organizzazione dei servizi. La formazione ha per obiettivo la crescita globale del lavoratore secondo la concezione cristiana dell'uomo e della storia. L'azione sociale, a partire dagli ambienti di lavoro, investe tutti i momenti della condizione dei lavoratori e tende alla trasformazione dell'attuale società. Le ACLI, per il conseguimento dei loro fini ed a sostegno dei diritti dei lavoratori e delle loro famiglie, promuovono servizi sociali ed operano pertanto: a) nel campo dell'assistenza sociale e della tutela previdenziale dei lavoratori, attarverso il Patronato ACLI; b) nel campo dell'istruzione e della formazione professionale dei lavoratori e dei giovani, attraverso 'Ente Nazionale ACLI per la Ricreazione Sociale (ENARS); d) nel campo economico, cooperativo e in ogni altro settore d'interesse dei lavoratori.

[30] Significativo è l'avvicinamento del settimanale della DC "Il Popolo". Cfr. P.P., La difesa degli errori delle Acli, Il Popolo, 8 novembre 1972.

[31] Il Congresso di Bari vede il riavvicinamento del quindicinale dei gesuiti, “La Civiltà cattolica”, che si affianca, nel sostegno alle Acli, alle testate de “Il Regno”, “Il Popolo”, “Avvenire” ed “Avvenimenti Sociali”.

Per contro, la stampa di sinistra si dimostra preoccupata di questo riavvicinamento (Cfr. S. Medici, Bloccato il messaggio del papa alle Acli, “Il Manifesto”, 11 dicembre 1981)

[32] Questo Congresso, che "Il Regno" definisce come "il Congresso dell'immagine", viene considerato dall'"Osservatore Romano", tornato ad occuparsi non per solo dovere di cronaca delle Acli, per le linee programmatiche esposte, che "smentirebbero, almeno in parte, atteggiamenti del passato".

[33] In questa occasione ritorna ad interessarsi delle Acli Baget-Bozzo, allora vicino ai socialisti, che erano preoccupati dalla possibilità di uno scostamento delle Acli da una politica di equilibrio tra DC e PSI, dalla quale il PSI traeva vantaggio. (Cfr. Baget-Bozzo, Dica Bianchi dove vuole portare le Acli, Avanti!, 7 gennaio 1988. Dove Bianchi le abbia coerentemente portate, lo vediamo; come vediamo anche i lidi tra cui da anni veleggia il politologo Baget-Bozzo).

[34] Aggiornamenti Sociali (aprile 1988, articolo di padre M. Rejna S.J., Riflessioni sul XVII Congresso nazionale delle Acli); Il Regno (15 gennaio 1992, G. Brunelli, Il riconoscimento delle Acli,); Avvenire (5 dicembre 1991) colgono nella presidenza Bianchi ed in altri momenti della vita delle Acli un nuovo corso che muove da una identità ritrovata nell'unità dei cattolici.

[35] La stampa di "sinistra" leggerà questo riavvicinamento come "coatto" per il recupero "dell'impegno unitario dei cattolici a sostegno della DC in difficoltà". Cfr. G. Zara, A guardia della DC, Avanti!, 7 dicembre 1991; A. Santini,  Appello del vaticano: riforme subito, l'Unità, 8 dicembre 1991; F. Gentiloni, L'agenzia etica di Giovanni Paolo II, Il Manifesto, 10 dicembre 1991.

Decade invece nei massmedia "indipendenti" anche l'interesse cronachistico. L'attenzione non è tanto ai contenuti del Congresso, quanto alla figura del Santo padre, in quella sede intervenuto, ed alla cantante Giorgia, invitata a festeggiare l'avvenimento. La comunicazione avviene ormai tramite messaggi standard, stimoli emotivi e stenta ad entrare nel merito dei contenuti.

[36] Cfr. L. Cantù, Cinquant'anni di vita delle Acli: problemi e prospettive, in "Aggiornamenti Sociali", n.12, 1995, pag. 790.

[37] Cfr. Lorenzo Gaiani, Sentinelle e testimoni di un passaggio secolare, in “Aggiornamenti Sociali”, n.4, 2008, pag.532 sgg.

 

 

Per un arricchimento della materia si riporta, con qualche integrazione, la bibliografia indicata da Mariangela Maraviglia, Pensate per ..", citato. G. Pasini, Le Acli delle origini, Coines, Roma, 1974.[1]M. Giacomantonio, Dalle origini confessionali alla critica dell'interclassismo, in "Relazioni Sociali", n. 5-6, settembre - dicembre, 1973.A. Boschini, Chiesa e Acli, Dehoniane, Napoli, 1975D. Rosati, La questione politica delle Acli, Dehoniane, Napoli, 1975.M.C. Sermanni, Le Acli: dal ruolo formativo all'impegno politico - sindacale (1944 - 1961), Dehoniane, Napoli, 1978.G. Pasini, Associazioni Cristiane dei Lavoratori Italiani, in Dizionario storico del movimento cattolico in Italia - I fatti e le idee, I/2, Marietti, Casale Monferrato, 1981.V. Pozzar, Quarant'anni di Acli, 1944 - 1963 - Da espressione della corrente sindacale cristiana a movimento sociale dei lavoratori cristiani, Formazione e lavoro, Roma, 1985.M.C. Sermanni, Le Acli alla prova della politica (1961 - 1972), Dehoniane, Napoli, 1986.S. Frigato, I lavoratori cattolici tra testimonianza e politica. Storia teologica dei rapporti tra coscienza cattolica e impegno storico nelle Acli e nel Mcl, LDC, Torino-Leumann, 1988D. Rosati, L'incudine e la croce - mezzo secolo di storia delle Acli, Sonda, Torino, 1994.D. Rosati,  La fabbrica della speranza, Dino Pennazzato, le Acli, la politica, una biografia tra memoria e futuro, Aesse, Roma, 1995. Si vedano anche i fascicoli dal titolo "Gli aclisti", della Grande enciclopedia della politica - I protagonisti dell'Italia democratica, n. 7, dicembre 1992; n. 11, novembre 1993; n. 12, dicembre 1993; n. 7, luglio 1994; Ed. Ebe. Inoltre si segnalano i seguenti saggi:Le Acli: la realtà milanese e nazionale, in "Quaderni di realtà Sociale", n. 1L. Civardi, Alle origini delle Acli, in "Studi Sociali", n. 5, settembre 1964.P. Righini, Acli, anno 1, in "Studi Sociali", n. 3, 1969.G. Formigoni - L. Cantù, I cinquant'anni delle Acli, evoluzione storica, problemi e prospettive, "Aggiornamenti Sociali", n.12, 1995.


 
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